ph. Nicola Gnesi
Milano sta nel mezzo, anche nella sua storia: lungo una linea che unisce ovest ed est d’Europa, tra Lisbona e Varsavia, dove le idee circolano e si trasformano. Il progetto Consonni Radziszewski nasce dall’incontro tra Madragoa, a Lisbona, e la galleria di Dawid Radziszewski a Varsavia, dopo anni di lavoro parallelo, fiere e confronti continui, fino a trovare un approdo naturale a Milano, nell’annus mirabilis delle grandi aperture internazionali in città. Dal 26 marzo 2026, in via Gustavo Modena, si accede da un cortile a un edificio Liberty del 1919, decorato da ferri battuti, linee morbide, dettagli che ben dispongono alla visita.
Uno spazio raccolto ed elegante, che porta le opere a una distanza ravvicinata e richiede lavori capaci di sostenerla. Matteo Consonni e Dawid Radziszewski seguono gli artisti nel tempo, mantenendo insieme generazioni diverse. Il programma si sviluppa nelle tre destinazioni, con circa venticinque artisti. L’ultima arrivata non cambia direzione, ma prosegue un percorso già consolidato offrendo un nuovo luogo di presentazione. Del resto, negli ultimi anni Lisbona e Varsavia hanno assunto un ruolo più centrale, diventando sedi di produzione. Le due gallerie hanno accompagnato questo passaggio, portando gli artisti oltre il contesto locale e incoraggiandoli a relazioni più ampie.
La prima meneghina è affidata a Buhlebezwe Siwani (Johannesburg, 1987), con uYana umhlaba, il suo debutto in Italia. Il titolo, “pioggia di terra” o “lacrime della terra”, introduce una dimensione fisica e instabile. Un gruppo di dipinti polimaterici in cui gamme cromatiche, variazioni di tono e spessore, forme astratte e sinuose fanno emergere un paesaggio irregolare, vivo. Le superfici diventano parte attiva del lavoro: tessuti cuciti a mano o a macchina, stratificati, percorsi da segni che richiamano ferite o linee di confine. La cucitura è qui sempre una frattura, inevitabile. Le sostanze guidano la costruzione: oro, resina, acqua, tessuti e soprattutto il sapone verde Sunlight. Un articolo quotidiano, diffuso nelle aree rurali sudafricane, per lavare corpo, piatti, vestiti. Qui cambia funzione: Siwani lo scioglie, lo mescola, lo incorpora nella superficie fino a renderlo materia stabile, incrostata. Da elemento che pulisce e sbianca diventa testimonianza. Il rituale del lavarsi si sposta e acquista ambiguità. Il sapone diventa uno strumento per interrogare relazioni profonde: tra pelle nera e pelle bianca, tra corpo maschile e corpo femminile, tra cerimonie cristiane e pratiche spirituali indigene.
La sua ricerca trae origine da un’esperienza diretta: Buhlebezwe Siani è sangoma, guaritrice nella tradizione zulu, in dialogo con gli antenati attraverso erbe, liturgie e stati di trance, agendo su corpo e dimensione trascendente insieme. L’azione ripetuta, la trasformazione della materia, la presenza del corpo,anche quando non appare, innescano un flusso continuo. In uYana umhlaba questa ricerca converge in una veduta che sfugge alla descrizione. È uno spazio mentale, fatto di memoria e materia. L’infanzia a Soweto, le miniere d’oro, le divisioni dell’apartheid si depositano nei colori, nelle densità, nel tratto. Accanto alla mostra, un display permanente riunisce opere degli artisti della galleria. Un invito a tornare, a soffermarsi più a lungo, soprattutto con la primavera.
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