Categorie: Architettura

Come cambierà il complesso di Santa Maria della Scala di Siena? Una mostra ne racconta il futuro architettonico

di - 21 Giugno 2026

Affacciato su piazza del Duomo, il Santa Maria della Scala non è soltanto uno dei più antichi ospedali d’Europa, ma un frammento di città sedimentato nella città stessa. Per secoli luogo di cura, accoglienza e assistenza, fino agli Sessanta il complesso ha conservato una condizione del tutto singolare dove la funzione sanitaria conviveva con un patrimonio artistico e architettonico di eccezionale valore. Da questa compresenza prende avvio Santa Maria della Scala. Architetture, progetti e visioni, mostra a cura di Luca Molinari Studio, promossa dalla Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, visitabile fino al 27 settembre 2026.

Odile Decq, auditorium, rendering

Il percorso espositivo è articolato in due sezioni: una prima parte dedicata alla ricostruzione della storia del complesso e delle principali tappe che ne hanno accompagnato la trasformazione da ospedale a museo, e una seconda parte che presenta il nuovo masterplan strategico e le proposte progettuali sviluppate dai tre studi internazionali coinvolti nel futuro del Santa Maria della Scala.

Le proporzioni del complesso di Santa Maria della Scala di Siena

Per comprendere la portata della sfida è utile considerare le dimensioni della struttura. Con una superficie di circa 38mila metri quadrati, il Santa Maria della Scala rappresenta un organismo culturale di scala eccezionale per una città di circa 53 mila abitanti; un numero sorprendente, considerando ad esempio che il Centre Pompidou di Parigi dispone di circa 45mila metri quadrati in una metropoli da oltre due milioni di residenti. Sorprendente è anche il rapporto con il tessuto urbano senese: la superficie del museo è, infatti, quasi quattro volte più grande di piazza del Campo. Più che un museo, l’ex ospedale appare quindi come una vera e propria città nella città, fatta di percorsi, livelli, ambienti e funzioni che si sono stratificati nel corso dei secoli.

LAN Architecture, rendering

Da sempre, il Santa Maria della Scala è stato un luogo di accoglienza per pellegrini, malati, orfani e poveri lungo la via Francigena, come testimoniano gli affreschi dipinti da Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta nel Pellegrinaio, la grande corsia ospedaliera quattrocentesca oggi trasformata in uno degli ambienti più suggestivi del museo, dove i dipinti raccontano la vita e le attività dell’ospedale restituendo pratiche, rituali e forme di organizzazione della Siena rinascimentale.

Courtyard, Odile Decq, rendering

Santa Maria della Scala. Architetture, progetti e visioni

La prima parte della mostra ricostruisce l’iter che ha portato l’antico ricovero a divenire museo, seguendo il progressivo riconoscimento del suo valore artistico e culturale. Un passaggio decisivo è rappresentato dall’intervento di Cesare Brandi, che nel 1968 denunciò sul Corriere della Sera il degrado del complesso, definendolo «un museo avvilito ad ospedale». Pochi anni dopo, nel 1976, Brandi avrebbe proposto di trasformarlo in museo e una “acropoli della cultura”.

L’ILAUD, l’International Laboratory of Architecture and Urban Design fondato da Giancarlo De Carlo, trova nel Santa Maria della Scala, tra il 1984 e il 1985, uno dei suoi principali terreni di sperimentazione. La mostra restituisce bene il carattere di quell’esperienza, sviluppata come laboratorio internazionale in cui il progetto diventa strumento di conoscenza e confronto. Disegni, pubblicazioni e materiali didattici mostrano come De Carlo interpretasse il complesso come un organismo urbano, una “città nella città” composta da sequenze spaziali, memorie, usi e attraversamenti.

Il racconto prosegue con il concorso internazionale del 1990, vinto da Guido Canali, a cui parteciparono anche figure come Richard Rogers con un giovane David Chipperfield come assistente (entrambi futuri Pritzker Price). Il progetto di Canali, avviato dopo il concorso e poi sviluppato nel tempo, viene presentato come un intervento di restauro critico fondato sulla leggibilità delle stratificazioni storiche. Corridoi, cortili, livelli sovrapposti e ambienti ipogei vengono resi accessibili attraverso un processo fine, quasi archeologico, capace di trasformare il vecchio ospedale in una moderna macchina culturale senza cancellarne la complessità.

Un nuovo masterplan per ridefinire il complesso senese

La seconda parte guarda invece al presente e al futuro del complesso, presentando il Masterplan Strategico coordinato da Luca Molinari Studio e le proposte di tre studi internazionali: Hannes Peer Architecture, LAN Architecture e Studio Odile Decq (con Pangalos Feldmann Architectes). Qui la mostra diventa più dichiaratamente progettuale presentando il nuovo masterplan che, pur mantenendo una visione unitaria e strategica, supera infatti l’idea di un progetto rigido e predefinito, aprendosi a una logica ramificata, modulare e dinamica, capace di adattarsi nel tempo alle esigenze reali della città, del museo e dei suoi pubblici.

Alla base della strategia c’è la volontà di fare del Santa Maria della Scala una vera e propria “casa della città”, un luogo aperto e condiviso in cui cultura, ricerca, formazione, socialità e servizi possano convivere. Il processo di trasformazione riguarda in particolare circa 18mila metri quadrati oggi non pienamente utilizzati e vede il coinvolgimento di tre autori di primo piano nel panorama architettonico internazionale. Ognuno è chiamato a confrontarsi con l’identità profonda del complesso, facendo confluire una visione autonoma in un disegno complessivo condiviso.

L’aspetto più interessante è che i tre studi non sono messi in scena come autori in competizione, ma come parti di una strategia comune. Questa pluralità controllata riflette la natura stessa del Santa Maria della Scala, costruitosi nei secoli per addizioni successive, stratificazioni e innesti. Il masterplan sembra quasi riprendere la logica con cui il complesso si è storicamente formato.

Hannes Peer Architecture concentra la propria proposta sugli spazi destinati all’accoglienza e alla permanenza dei visitatori, intervenendo sulla Casa delle Balie, sul bookshop, sulle aree di ristoro e sulle connessioni con piazza del Duomo. Il progetto lavora sulla delicata soglia tra il museo e la città intervenendo con discrezione per introdurre luoghi di sosta, accoglienza, incontro e relazione. Anche funzioni apparentemente accessorie come il ristorante, il bistrot e il bookshop assumono un ruolo centrale all’interno di questa strategia culturale, che mira a far uscire l’esperienza artistica e museale dalle sole sale espositive per diffonderla in tutti gli spazi del complesso.

LAN Architecture affronta invece il Santa Maria della Scala attraverso il Care Manual, una proposta che è prima di tutto un metodo. Lo studio rifiuta l’idea di una trasformazione spettacolare, compiuta attraverso un unico gesto autoriale e lavora su una sequenza di azioni minime: osservare, rendere leggibile, riparare, connettere, intervenire solo dove necessario. Il museo non viene immaginato come un oggetto concluso, ma come un organismo abitabile, capace di accogliere usi provvisori e adattamenti progressivi. È forse la proposta che più direttamente intercetta la memoria originaria del complesso, l’antico ospedale diventa il luogo in cui la cura non è solo tema storico, ma principio operativo del progetto.

Odile Decq si concentra invece sulla realizzazione di un nuovo auditorium e sugli spazi destinati agli eventi pubblici. La progettista legge il Santa Maria della Scala come un palinsesto urbano, un organismo sviluppato su più livelli in cui funzioni, quote e stratificazioni storiche si sovrappongono senza mai coincidere del tutto. Il suo intervento lavora proprio su questa complessità: l’auditorium non è pensato come sala autonoma, ma come dispositivo capace di inserirsi nel sistema di percorsi, affacci e connessioni del museo. La proposta più riconoscibile è il volume rosso che emerge nelle sezioni e nei render, un innesto volutamente non mimetico, tipico del linguaggio dell’architetta francese. È sicuramente il gesto più audace dell’intero percorso poiché rende immediatamente visibile la vocazione pubblica del complesso e introduce una presenza fortemente autoriale, quasi un landmark, all’interno di un organismo storico.

Santa Maria della Scala: un luogo di cura, nel passato come nel futuro

La mostra funziona perché riesce a far capire che il futuro del Santa Maria della Scala non coincide con una forma definitiva, ma con una possibilità di riabitare l’esistente. A rendere accessibile questa vicenda complessa è un percorso chiaro e leggibile, che accompagna il visitatore attraverso la storia dell’ex ospedale e le sue prospettive future. L’allestimento, realizzato riutilizzando materiali provenienti da mostre precedenti, riesce a mettere in relazione documenti, progetti e testimonianze in modo efficace, offrendo ai cittadini senesi l’opportunità di riconoscere e rileggere una parte significativa della propria storia collettiva.

In fondo, il tema della cura attraversa l’intera vicenda del Santa Maria della Scala come un filo continuo che lega passato e futuro. Per secoli la cura è stata qui una pratica concreta rivolta ai corpi dei pellegrini, dei malati e dei più fragili; oggi riemerge come attenzione verso gli spazi, le memorie e le relazioni che il complesso è ancora in grado di generare. Curare significa conservare senza immobilizzare, trasformare senza cancellare, accogliere senza escludere. Un luogo nato per prendersi cura delle persone possa continuare a farlo, in forme diverse, attraverso la cultura, la conoscenza e la costruzione di una nuova dimensione civica condivisa.

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