Maurizio Pellegrin, I Ritratti Perduti 1990 - 2025, installation view, Ph. Francesco Piva
Fotografie e ritratti d’epoca da un lato e luminose tavole optometriche, impreziosite da neon colorati dall’altro: le due mostre proposte quest’anno da Marignana Arte, a Venezia, in occasione della 61.ma Biennale Arte, non potrebbero sembrare più diverse – almeno a primo acchito.
Nella sede principale troviamo infatti lavori recentissimi di Maurizio Pellegrin, classe 1956, la cui ricerca è già stata presentata, nel corso degli anni, in oltre 150 mostre in tutto il mondo: i suoi assemblages e interventi su materiali antiquari danno vita a una piccola cosmologia dell’intimità , fulcro dell’esposizione dal titolo I Ritratti Perduti 1990-2025.
Gli attigui spazi di Marignana Project presentano invece Before Language / Prima del Linguaggio, personale del giovanissimo Alessandro D’Aquila,  tra i vincitori della prima edizione del Premio Berlendis.
In entrambi i casi, però, nonostante le differenze formali e biografiche, quello che emerge è un tentativo condiviso di interrogare ciò che precede o eccede la comunicazione immediata: l’immagine, la memoria, la parola smettono qui di essere semplici strumenti e tornano a farsi esperienza. Se D’Aquila si concentra sul momento originario che precede l’articolazione del linguaggio, Pellegrin guarda invece a ciò che sopravvive alle immagini e alle storie condivise che sottendono agli oggetti del passato.
Per Maurizio Pellegrin, l’archivio non è mai stato un semplice deposito di oggetti o memorie: da decenni l’artista veneziano costruisce sistemi complessi e stratificati attraverso fotografie anonime, tessuti, strumenti musicali, libri mastri e frammenti raccolti durante viaggi e peregrinazioni in tutto il mondo.
La serie Mouths costituisce probabilmente uno dei nuclei più suggestivi della mostra in corso da Marignana Arte: attraverso l’intervento su antiche cabinet card, Pellegrin riduce il volto alla sola bocca, isolandola dal resto del viso. Quello che rimane sono immagini sospese, prive di coordinate precise, che sembrano appartenere a un tempo indeterminato. Qui, la bocca, tradizionalmente associata alla parola e alla comunicazione, si trasforma in una presenza muta, ma dalla forte connotazione identitaria.
Lo stesso processo attraversa serie come Woman e Somebody Nobody, dove geometrie, numerazioni e interventi pittorici in acrilico dissolvono progressivamente ogni identitĂ individuale, con soggetti che cessano di essere individui e diventano piuttosto figure della memoria, simulacri che abitano una dimensione collettiva e archetipica.
Se Pellegrin si misura con ciò che sopravvive alle immagini, D’Aquila rivolge la propria attenzione a ciò che precede la parola. Le sue Tavole Ottometriche Poetiche intrecciano testo, segno, Braille e luce al neon, trasformando la scrittura in un’esperienza al tempo stesso visiva e tattile. Il linguaggio smette così di essere un semplice veicolo di significati per tornare a una dimensione più sensoriale e istintiva.
Attraverso il dialogo con autori come Dante Alighieri, Federico GarcĂa Lorca, Jacques PrĂ©vert, Robert Frost e Johann Wolfgang von Goethe, l’artista costruisce un percorso che riflette sulla poesia come forma di conoscenza intuitiva, capace – e questo aspetto è particolarmente interessante — di manifestarsi prima ancora dell’articolazione verbale.
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