Categorie: Musica

Dardust e l’arte del sommerso, «L’Intelligenza Artificiale non sostituisce la creatività»

di - 20 Giugno 2026

Incontrare Dario Faini, in arte Dardust, significa avere a che fare con un artista da sempre in bilico tra l’ordine geometrico della classica e il caos dell’elettronica. Dai banchi del Conservatorio fino a diventare uno dei produttori e pionieri del neoclassicismo pop più influenti d’Europa, Dardust ha sempre rifiutato di farsi addomesticare, muovendosi tra la purezza del pianoforte e le trame dei club.

L’occasione per fare il punto sulla sua evoluzione è Sommersivo, un’installazione sonora immersiva e interattiva inaugurata al Padiglione Venezia nell’ambito della 61ma Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (fino al 22 novembre 2026, con l’omonimo brano già fuori sulle piattaforme digitali). Realizzata con lo scenografo Paolo Fantin, H-Farm e Cisco, l’opera ricrea un ambiente subacqueo in cui un pianoforte suona da solo ogni 55 minuti, riproducendo la memoria di una performance impressa nei tasti. Inoltre, grazie all’Intelligenza Artificiale, i pensieri lasciati dal pubblico vengono tradotti in tempo reale in micro-temi musicali, trasformando l’installazione in un flusso emotivo collettivo e sempre diverso.

«Venezia vive su due livelli: il visibile e il sommerso», racconta Dardust. «La musica diventa un’immersione in questo spazio dove passato e presente si fondono, e dove si manifesta il gesto più sovversivo del suono: esistere come memoria al di là del tempo».

Parallelamente alla Biennale, Dardust continua a portare in giro la sua musica con l’Urban Impressionism Tour. Dopo i sold-out di Milano e i live a Parigi e Londra, l’estate lo vedrà sul palco a Lugo (20 giugno), Jesolo (23 giugno), Bologna (26 giugno), Bergamo (11 luglio), Porto Rubino (16 luglio) e Calatafimi (16 agosto).

Proprio partendo da questa Venezia liquida e tecnologica, abbiamo incontrato Dardust per una chiacchierata che scava nei dettagli del progetto e si spinge fino a un’analisi spietata sulla musica di oggi: ecco cosa ci ha raccontato.

Dario, partiamo dall’inizio. Che ricordi hai del tuo primo approccio con la musica, in quel contesto così selvaggio e severo?

«È stato un inizio totalizzante. Facevo lezione di pianoforte due volte a settimana, immerso in un ambiente che definirei selvaggio, a tratti severo. Vivevo in un paesino di 400 anime, tra le lezioni con Annamaria Bucci, il legame con Giovanni Allevi e l’istituto Gaspare Spontini. La musica era la mia vera finestra sul mondo. Ricordo che provavo un profondo fascino e una sorta di ascendenza verso chi insegna: per me l’insegnante era una figura da conquistare. Dovevo dimostrare il mio valore, dovevo essere performativo. Questo mi ha dato una disciplina ferrea, ma ha anche radicato in me un’esigenza che è esplosa più tardi».

Poi, dopo otto anni di conservatorio, qualcosa si rompe. Cosa è successo?

«Dopo otto anni di pratica intensa ho deciso di smettere, di lasciare l’interpretazione pura dei classici. Sentivo che mi stava stretta, c’era un limite che non potevo superare se volevo restare fedele a me stesso. Il motivo era semplice: non volevo essere addomesticato. Volevo scrivere, avevo un bisogno viscerale di essere creativo. È in quel momento di rottura che scopro i sintetizzatori. Lì la mia prospettiva è cambiata per sempre: la debolezza è diventata la mia forza, un tratto unico e particolare».

Come funziona oggi il tuo processo creativo? Segui dei rituali?

«No, non c’è alcun rituale. Per me la cosa più importante è cambiare, cercare la scintilla che rompe la monotonia. Il mio è un vero e proprio flusso. Spesso ho una melodia in testa, mi siedo al piano durante il soundcheck, oppure mi metto semplicemente al Mac, trovo un preset interessante e inizio a costruire. Mi lascio guidare dall’istinto del momento».

Parliamo di Venezia e del tuo nuovo progetto. Come si inserisce l’uso dell’Intelligenza Artificiale?

«È un progetto nato per essere sia sommersivo che sovversivo, un’opera interattiva in due atti. Tutto è partito da 40 temi musicali scritti interamente da me, quindi l’apporto creativo è totale. L’Intelligenza Artificiale non ha sostituito la creatività, anzi: è stata un supporto all’impeto creativo, gestisce solo un algoritmo di selezione in base alle emozioni. L’AI parte sempre da te: ti aiuta nel pensiero laterale, ti mostra come sviluppare nuova creatività, ti spinge a rompere gli schemi e a dare forma a visioni strambe. Il processo per il brano finale, è stato veloce: insieme a Paolo Fantin abbiamo preso i concetti, il nucleo simbolico, il tema, e io ho unito due o tre di questi temi musicali ottimizzandoli a livello strutturale».

ph. Davide Mandolini

Il tempo sembra avere un ruolo cruciale in questa performance, specialmente quando scoccano i 55 minuti. Ce lo spieghi?

«L’opera vive di una scansione temporale precisa: ogni ora, al minuto 55, il brano comincia a performare se stesso in base alle proprie regole interne. È un’opera interattiva che poi sfocia in 5 minuti di performance pura. C’è un legame profondo con il concetto di resilienza del suono, l’eco che permane nel tempo e diventa permanente. E Venezia si muove esattamente così, tra la presenza attuale e la memoria del passato, Venezia emerge ed è sommersa al tempo stesso».

Allargando lo sguardo allo scenario attuale, come vedi la nuova generazione di artisti?

«Vedo uno scenario purtroppo saturo, noioso. C’è una forte stasi, una tendenza continua a ritornare al passato, a far sì che il passato venga rimodificato invece di guardare avanti. Se penso al quinquennio tra il 2019 e il 2024, c’era una spinta fortissima sulla frontiera dell’innovazione. Oggi, invece, vedo poco coraggio».

ph. Davide Mandolini

Da cosa dipende questa stasi e quale consiglio ti senti di dare a chi vuole fare musica oggi per uscirne?

«Si tende troppo a seguire il numero, l’algoritmo delle piattaforme. Ma quella è una sabbia mobile tossica. Dobbiamo avere la forza di creare episodi di rottura che vadano al di là dei numeri e spezzare questo meccanismo. La musica di oggi si comporta troppo spesso come uno specchio ma deve tornare a essere una porta».

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