Art Basel Site-specific commission across MĂĽnsterplatz by Ibrahim Mahama Courtesy of Art Basel
Anche nel 2026, Parcours anima le strade di Basilea: in concomitanza con Art Basel, lungo la Clarastrasse, che taglia la città dal polo fieristico al Reno, torna puntuale anche il programma pubblico, che ogni anno porta l’arte fuori dagli stand, tra aree all’aperto, negozi, appartamenti vuoti e luoghi storici. A curarlo, per il terzo anno consecutivo, è Stefanie Hessler, direttrice dello Swiss Institute di New York. Il tema scelto per il 2026 è Conviviality: vivere insieme, con tutto quello che la formula porta con sé – la festa, l’amore, certo ma anche l’attrito, la prossimità forzata, la negoziazione quotidiana dello spazio condiviso; un tema che vede il conflitto come condizione necessaria.
Ventuno progetti, trentuno gallerie coinvolte, fra Europa, Africa, Americhe e Asia. Tanti anche gli artisti, tra questi Kader Attia, Haegue Yang, Pélagie Gbaguidi, Cinthia Marcelle, ma anche Georgia Sagri, Miao Ying, Rinus Van de Velde, Amol K Patil, Can Altay, Nicole Coson, Sarah Crowner, Truong Cong Tung, Edi Rama, David Bestué, José Montealegre, Karlo Kacharava, Ishi Glinsky. Un elenco intergenerazionale, geograficamente disperso, che riflette la volontà di Hessler di non restringere il campo: rituali e miti, ecologia, architetture dello spazio pubblico e i loro fondamenti ideologici, memoria diasporica, dissidenza politica, lavoro, co-autorialità tecnologica.
Un’installazione anche oltre il fiume, vicino al Bankverein, e due commissioni pubbliche, fuori da Parcours, completano il paesaggio artistico della settimana. Sulla Messeplatz, Nairy Baghramian – scultrice nata in Iran nel 1971, di base a Berlino e gold awardee degli Art Basel Awards 2025 – installa Modèle vivant (S’empilant): quattro gruppi scultorei in alluminio verniciato lavanda, forme biomorfe impilate in equilibrio precario su strutture geometriche in acciaio che attraversano la fontana lunga sessanta metri senza interromperne il flusso d’acqua. A lato, una panca scultorea in ceramica da quarantotto metri, punteggiata da impronte fotografiche di mosche accoglie i visitatori della fiera. L’opera di Baghramian non vuole essere decorativa, piuttosto si pone come un ragionamento sulla sosta, sul rapporto tra scultura e spazio civico. L’artista stessa l’ha descritta come «una liberazione per il pubblico frenetico della fiera», un posto dove sedersi e, semplicemente, fermarsi un attimo.
Sul Münsterplatz, la piazza del duomo medievale, Ibrahim Mahama, artista ghanese, classe 1987, l’altro gold awardee degli ABA 2025, installa per Art Basel l’opera The God of Small Things (2026), come il romanzo di Arundhati Roy: in questa installazione immersiva usa scarti di gomma industriale provenienti da una fabbrica costruita in Ghana dopo l’indipendenza – negli anni ottimisti in cui il paese credeva che l’industrializzazione potesse restituire ciò che il colonialismo aveva sottratto; Mahama li ha raccolti, sospesi e trasformati in un ambiente immersivo che chiede di stare fermi e pensare a quanto costano le cose, e chi effettivamente paga. L’artista nel 2025 è diventato il primo africano in cima alla Power 100 di ArtReview, riconosciuto per la sua pratica e per le infrastrutture culturali che ha costruito in Ghana – il Savannah Centre for Contemporary Art, Red Clay Studio, Nkrumah Voli-ni a Tamale. Tra installazioni sparse per la via e le opere di Parcours 2026 che chiedono di fermarsi a pensare, la città nella settimana di Art Basel diventa spazio espositivo e il passante il suo pubblico involontario. E forse è proprio lì, nell’incontro non cercato, che l’arte pubblica trova ancora il suo senso.
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