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Dentro Unlimited 2026, la sezione di Art Basel che sfida gli standard della fiera

di - 18 Giugno 2026

Unlimited è la prima ad aprire, tra le sezioni di Art Basel che affacciano su Messeplatz. Ed è la prima a imporre l’attenzione dei collezionisti, già solo per le dimensioni delle opere “fuori booth”: fuori scala, fuori dagli standard degli stand, monumentali per definizione. È Ruba Katrib a guidarla nel 2026, «Unlimited è una piattaforma unica e vitale», ha dichiarato, «che permette agli artisti di realizzare opere di una portata e di un’ambizione raramente possibili in altri contesti. È un onore dare forma a questo celebre settore e collaborare con artisti e gallerie a progetti che troveranno riscontro nel pubblico di Basilea, e non solo». Quindi, ecco alcuni tra i giganti di Unlimited 2026.

Per White Cube, Theaster Gates espone A libation in Uncertain Times (2024), proprio in concomitanza con la sua importante commissione per l’Obama Presidential Center di Chicago – che apre a giugno 2026. L’opera è composta da circa 1000 binbo tokkuri – i tradizionali recipienti giapponesi per il sakè prodotti nel periodo Edo (1603-1868) e contrassegnati da stemmi di famiglia – reperiti in collaborazione con la ceramista Tani Q e ora recanti il ​​nome della società di produzione di Gates in Giappone, “Mon Industries”. L’installazione include anche Shamisen for Malcolm X (2025), un film in cui un musicista reinterpreta blues, canti di preghiera e melodie del gruppo musicale di Gates, i Black Monks, con il suo shamisen tradizionale, uno strumento a corde giapponese.

Theaster Gates, White Cube. Courtesy of Art Basel

Galleria Continua seleziona Eva Jospin: all’inizio del 2026, la sua prima mostra istituzionale negli Stati Uniti è stata inaugurata presso lo SCAD Museum of Art di Savannah. Adesso l’artista porta a Basilea la sua Panorama, del 2016: un imponente panorama scultoreo di circa 9 metri di lunghezza, originariamente commissionato per la Cour Carrée del Museo del Louvre a Parigi, un ambiente immersivo realizzato quasi interamente in cartone, legno e colla.

Non esattamente monumentale, ma spettacolare quanto basta per trovare casa ad Unlimited 2026: per Lisson, Ryan Gander presenta I’ve felt everything I’m going to feel – The Unspeakable World (2026), l’ultima opera della sua celebre serie di topi animatronici. Emergendo dalle macerie di un buco nel muro, un topo di campagna striato pronuncia un monologo filosofico che esplora la natura del linguaggio, della coscienza e dell’attenzione. Con la voce della figlia dodicenne dell’artista, l’opera trasforma un incontro intimo in una meditazione sulla percezione, invitando gli spettatori a inginocchiarsi e ad ascoltare piuttosto che a lasciarsi sopraffare dallo spettacolo.

Ryan Gander, Lisson Gallery. Courtesy of Art Basel

Una Struttura modulare bianca di Agostino Bonalumi è la scelta di Mazzoleni: un organismo che si sviluppa nello spazio attraverso ripetizione e ritmo, 29 moduli in vetroresina e nitro, ciascuno di 80 × 100 × 70 cm, che mette in relazione struttura seriale e dimensione scultorea monumentale. Con la modularità che genera, di fatto, una sorprendente complessità visiva: l’opera va esperita, attivata dal movimento dello spettatore, che diventa parte integrante del dispositivo spaziale innescandone la vibrazione geomorfica. Perfettamente in linea con l’idea di Unlimited, la sezione oltre i limiti “statici” dei booth. La provenienza dell’opera? Eccezionale: è stata concepita nel 1970 per la sala personale dell’artista alla XXXV Biennale di Venezia, presentata come un’opera ambientale articolata tra suolo e sospensione. Dopo la prima presentazione, l’opera è stata esposta in diverse configurazioni, tra cui a Lodi (1972), alla XII Biennale Middelheim di Anversa (1973), e più recentemente a Palazzo Reale a Milano (2018) e da Mazzoleni a Torino (2023).

Agostino Bonalumi, Struttura modulare bianca (1970), Art Basel Unlimited 2026. Credits Mark Blower. Courtesy Archivio Bonalumi, Mazzoleni

Isa Genzken ricrea l’interno della cabina di un aereo, Untitled del 2018: anche in questo caso, un’installazione immersiva, stavolta si esplora il tema del viaggio, con la fila di finestre che è l’unico punto di congiunzione tra spazio interno ed esterno. E quindi: finestrini appesi come fossero dipinti, tendine socchiuse come occhi con le palpebre; una sorta di punto di vista privilegiato, un osservatorio che dall’individuo si sposta sul mondo. Uno spazio fisico, ma tutto mentale.

Isa Genzken. Galerie Buchholz, Hauser & Wirth, David Zwirner Courtesy of Art Basel

Sono tre le opere “unlimited” presentate da Lia Rumma: Untitled (Izanami) (2026) di Vanessa Beecroft, un’installazione video con Bianca Censori nei panni di Izanami, presentata come un’installazione in cui una scenografia del film diventa parte integrante dell’opera (nota a margine: Bianca Censori avvistata, non a caso, alla preview, con il marito Kanye West). Poi The Power of Words (1984/2021) di Alfredo Jaar, un’opera programmatica fondamentale che rivela come, all’età di ventotto anni, l’artista già si confrontasse con le implicazioni politiche delle immagini. E per finire l’installazione I Am Hymns of the New Temples (2022/2026) di Wael Shawky, un’indagine scultorea sulla mitologia greco-romana, in particolare su come i miti si diffondono e persistono attraverso fonti, tempi e culture.

Vanessa Beecroft, Lia Rumma. Courtesy of Art Basel

Una vera e propria mostra nella mostra: Hustlers di Philip-Lorca diCorcia (della scuderia di David Zwirner) è una riproposizione della prima grande mostra personale dell’artista in un museo, Strangers, tenutasi al Museum of Modern Art di New York nel 1993. Scattate nei pressi di Santa Monica Boulevard a Los Angeles, le immagini ritraggono sex workers maschili che posavano per un compenso approssimativamente equivalente a quanto chiedevano per i loro servizi. Con una particolarità nota: DiCorcia pagò i soggetti utilizzando i fondi del National Endowment for the Arts, un gesto audace nel pieno delle guerre culturali degli anni ’90. In bella vista, il compenso ricevuto per posare.

Chiudiamo la passeggiata nella sezione con Exhibition M: A Re-enactment (2023-2026) di Goshka Macuga, un’installazione che prevede l’utilizzo di media diversi, tra arazzi, sculture, immagini d’archivio e performance, che danno vita a un ambiente vivo, in ambiente in continua evoluzione. Con narrazioni e categorie diverse che si scontrano e si contaminano tra loro, senza limiti. Si tratta di un progetto collaborativo tra Galerie Rüdiger Schöttle, Kate MacGarry e Vistamare, che avvia un dialogo sulla storia e sul futuro dei musei, ispirandosi alle immagini storiche de Le Musée Imaginaire di André Malraux.

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