Non piĂą visitatori ma partecipanti: a Bergamo la GAMeC mette alla prova un nuovo modello di museo

di - 18 Giugno 2026

Aprire una mostra con un laboratorio dialogico sul pensiero e sul libro dello studioso brasiliano Paulo Freire Pedagogia della speranza è già una forte dichiarazione, di intenti e di metodo. La GAMeC di Bergamo ha scelto di inaugurare il terzo pilastro del proprio progetto istituzionale – quello educativo, proprio con il supporto dei servizi educativi che internamente, non a caso, chiamano “Dipartimento che insegna ad apprendere” – affidando la Sala delle Capriate di Palazzo della Ragione a Fosbury Architecture e Claire Fontaine, con il contributo di Adelita Husni Bey, di Sabrina D’Alessandro e del collettivo Numero Cromatico. Il risultato è Tabula Plena, una mostra che rimarrà attiva cinque mesi e in cui lo spazio espositivo funzionerà come infrastruttura permanente di produzione collettiva di conoscenza.

Fosbury Architecture e Claire Fontaine, Tabula Plena, Veduta dell’installazione, GAMeC / Palazzo della Ragione, 2026. Foto: Nicola Gnesi Studio. Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo

Vale la pena contestualizzare il momento istituzionale. La GAMeC è in attesa di trasferirsi nella nuova sede, e il direttore Lorenzo Giusti ha tenuto a precisare che questo passaggio fisico è l’occasione per ridefinire l’identità del museo come luogo non solo di visita, ma di ma di residenza cognitiva: uno spazio in cui il visitatore non transita ma sosta, non contempla ma elabora. Da due anni il museo lavora su tre programmi paralleli – uno dedicato alla nuova sede, uno alle collezioni, uno all’educazione – che insieme costituiscono un unico grande ripensamento del ruolo dell’istituzione culturale nel territorio. Infatti, Pedagogia della Speranza, il programma annuale entro cui si inscrive Tabula Plena, è stato co-costruito con lo staff, con le scuole, con le comunità locali.

Fosbury Architecture e Claire Fontaine, Tabula Plena, Veduta dell’installazione, GAMeC / Palazzo della Ragione, 2026. Foto: Nicola Gnesi Studio. Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo

Una piattaforma abitabile alla GAMeC di Bergamo

Fosbury Architecture è il collettivo milanese che ha curato il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2023 ed è da sempre dedito ad una pratica che attraversa architettura, design, curatela e editoria. L’attuale progetto elaborato per la Sala delle Capriate è una struttura fisica che, Giacomo Aresi e Claudia Mainardi, due dei fondatori del collettivo, descrivono come un’operazione di “spazializzazione di relazioni”, ovvero la traduzione in forma costruita di legami che preesistono all’opera: connessioni tra persone, pratiche e contesti che l’installazione non genera ma rende visibili, abitabili, percorribili. La superficie nera della piattaforma rimanda alla lavagna scolastica, elemento iconico quanto carico di implicazioni pedagogiche: è il luogo dove il sapere viene scritto, cancellato, riscritto. Ma questa lavagna è già piena di segni: glifi elaborati da studenti di tredici scuole bergamasche in laboratori preparatori tenuti nei mesi precedenti l’apertura, configurazioni visive che traducono in forma le parole e i temi proposti dal programma.

La struttura è accessibile, priva di un punto di vista privilegiato, progettata per accogliere pubblici diversi, come famiglie, scuole, individui soli, gruppi. I tagli interni ospitano infatti tre laboratori permanenti gratuiti e un’arena destinata all’ascolto e alla lettura. L’ispirazione dichiarata è, come menzionato, il pensiero di Paulo Freire, in particolare la critica al modello bancario dell’educazione, quell’idea per cui il sapere viene depositato dall’insegnante nella mente dell’allievo come denaro in un conto, e il concetto di coscientizzazione critica, quella presa di coscienza delle proprie condizioni sociali che è insieme atto cognitivo e atto politico. Il titolo Tabula Plena nasce proprio da qui: in opposizione alla tabula rasa, afferma che chi apprende porta già con sé un mondo. Ma quel mondo, nell’atto dell’apprendimento, deve essere pronto ad aprirsi, a contenere e a restituire qualcosa all’altro.

Fosbury Architecture e Claire Fontaine, Tabula Plena, Veduta dell’installazione, GAMeC / Palazzo della Ragione, 2026. Foto: Nicola Gnesi Studio. Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo

Le emoji “anti” – NFT di Claire Fontaine

L’intervento di Claire Fontaine invece – duo fondato a Parigi nel 2004 da Fulvia Carnevale e James Thornhill, oggi con base a Palermo, presente alla Biennale 2024 con Foreigners Everywhere, si compone di cinque sculture luminose sospese: tre globi terrestri declinati nei diversi vocabolari visivi digitali, uno smartphone, un pacco regalo. Sono emoji ingrandite, tridimensionalizzate, immobilizzate. Sottratte al flusso interattivo in cui normalmente vivono, queste immagini smettono di funzionare e cominciano a significare.

Fosbury Architecture e Claire Fontaine, Tabula Plena, Veduta dell’installazione, GAMeC / Palazzo della Ragione, 2026. Foto: Nicola Gnesi Studio. Courtesy GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo

Le emoji sono immagini prefabbricate progettate per essere consumate rapidamente nella comunicazione digitale: sintetiche, contestuali, dipendenti dal flusso dello scambio. Fulvia Carnevale le definisce ready made del vocabolario emotivo contemporaneo, e l’operazione di Claire Fontaine è una ricontestualizzazione nel senso duchampiano: spostare l’oggetto, fermare il gesto, aprire uno spazio critico tra l’immagine e il suo significato automatico. I tre globi terrestri offrono tre visioni del mondo interconnesso e globalizzato, sospesi sulle teste dei partecipanti, ricordando che nessuna prospettiva sullo schermo è neutrale o sufficiente. Lo smartphone, privato della sua dimensione interattiva, restituisce con evidenza la sua funzione di mediatore totale tra sé e il mondo. Il pacco regalo introduce una riflessione sul desiderio e sulle logiche del consumo: «domandarsi di quale regalo avremmo tutti bisogno oggi», scrive proprio Claire Fontaine, «o che cosa desideriamo davvero donare o ricevere, non è un esercizio banale, perché ci costringe a pensarci in relazione con chi dà o riceve, e a chiederci cosa possiamo sottrarre alle transazioni monetarie per trasformarlo in un gesto di amore gratuito e benefico».

Il duo precisa, inoltre, che il proprio lavoro è l’opposto della logica NFT: queste sculture materializzano l’icona digitale per privarla del suo potere interattivo. Sono opere anti-retiniche, nel senso duchampiano del termine: quello che interessa è la trasformazione che avviene in chi le riceve. L’installazione funziona così come unlearning, un invito a disimparare gli automatismi percettivi con cui consumiamo le immagini digitali, per riconoscere in esse strutture di potere, di desiderio, di relazione.

Tabula Plena, Laboratories Ph. Silvano Richini

Tre laboratori per imparare a non sapere

I tre laboratori permanenti condividono proprio questo intento: mettere in crisi le certezze piuttosto che confermarne, restituire a chi partecipa un ruolo attivo nella costruzione del sapere. Tutti e tre lavorano con materiali concreti – tessere, oggetti, parole – e producono output collettivi che rimangono nello spazio e si accumulano nel tempo.

Il collettivo Numero Cromatico ha progettato un lavoro sugli algoritmi che parte da un’evidenza spesso rimossa: gli algoritmi non sono leggi naturali, ma costruzioni umane, frutto di scelte strategiche operate da un numero ristretto di persone. Il materiale di lavoro sono trentasei tessere di immagini toroidali – ruotabili in qualsiasi verso, combinabili in configurazioni infinite – con cui i partecipanti costruiscono le proprie configurazioni algoritmiche su lavagne magnetiche. La molteplicità delle configurazioni possibili rende visibile, fisicamente, la contingenza di ogni sistema.

Tabula Plena, Laboratories Ph. Silvano Richini

L’URPS (Ufficio Resurrezione Parole Smarrite) di Sabrina D’Alessandro lavora con ventiquattro oggetti insoliti e parole rare come materiale per l’immaginazione. L’obiettivo è sostenere la percezione di sé come soggetti con potere agentico, capaci di abitare l’incertezza e immaginare futuri alternativi, costruendo un archivio sonoro collettivo, aperto, in continua trasformazione, in cui le narrazioni personali dei partecipanti si accumulano e diventano patrimonio condiviso, disponibile per l’ascolto nell’arena.

Adelita Husni Bey ha co-progettato un laboratorio ancorato alla pedagogia critica di Freire, che considera l’educazione un atto politico. Il materiale è un repertorio di trenta lemmi del dizionario scolastico, le parole con cui la cultura condivisa definisce l’educazione, l’apprendimento, la scuola, su cui i partecipanti sono invitati a intervenire criticamente, confrontando le definizioni istituzionali con la propria memoria e la propria esperienza. Lo scopo è riconoscere le contraddizioni incorporate nel linguaggio ordinario dell’educazione, e attraverso quel riconoscimento aprire spazio per pensieri potenzialmente trasformativi.

Tabula Plena, Laboratories Ph. Paolo Biava

Tabula Plena è una mostra che si misura nel tempo e con il tempo perché la sua riuscita dipende dalla capacità di generare comunità e partecipanti ricorrenti, relazioni tra laboratori, sedimentazione di un archivio sonoro che cambia settimana dopo settimana. Se questo accade, Palazzo della Ragione smette di essere una cornice e diventa un posto dove qualcosa si costruisce. La GAMeC sembra averlo capito: il fatto che i servizi educativi abbiano dialogato strettamente con la progettazione artistica fin dall’inizio – e non a valle, come accade di solito – è il segnale più concreto di un cambiamento istituzionale reale.

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