© 2026 Kunstmuseum Basel
Collezionisti, galleristi, direttori di museo, curatori e appassionati da ogni parte del mondo convergono a Basilea per la settimana più densa dell’anno, nel calendario dell’arte internazionale (qui le nostre istruzioni per l’useo, tra sezioni e stand). Fuori dal perimetro di Art Basel 2026, però, la città e i suoi dintorni offrono un programma che richiede, come sempre, un ritmo e un’agenda serrati. Da Helen Frankenthaler alle prime personali europee di giovani artiste, alle grandi retrospettive di design, dal corpo come campo di battaglia politico all’ecosistema vivente di Pierre Huyghe. Ecco le mostre da non perdere.
Iniziamo il tour a Riehen, dove la Fondation Beyeler ospita la prima grande personale elvetica di Pierre Huyghe (1962). La mostra omonima riunisce lavori precedenti, film recenti e nuove opere concepiti specificamente per gli spazi del museo progettato da Renzo Piano. Quello che ne emerge, usando le parole dell’artista, è un soulscape: un paesaggio interiore composto di temporalità multiple, voci e stati materici sovrapposti. Fino al 13 settembre.
Il Kunstmuseum si presenta con tre progetti distinti: fino al 23 agosto, Al Neubau, la protagonista è Helen Frankenthaler, con oltre cinquanta opere realizzate nell’arco di sei decenni, in una retrospettiva che è la piĂą grande mai dedicata all’artista in Europa e la sua prima personale istituzionale in Svizzera. La sua tecnica del soak-stain ha rivoluzionato l’arte astratta e lo sviluppo del Color Field. La mostra vede il coinvolgimento di diverse istituzioni tra cui la Fondazione Helen Frankenthaler, che ha concesso in prestito 37 lavori dell’artista. Le altre opere provengono da collezioni pubbliche e private, europee e americane, come il Brooklyn Museum di New York, la Phillips Collection di Washington, il Museo Reina SofĂa di Madrid, il mumok-Museum moderner Kunst Stiftung Ludwig di Vienna, lo Stedelijk Museum di Amsterdam e il Whitney Museum of American Art di New York. Sempre al Neubau, fino al 2 agosto, The First Homosexuals. The Birth of New Identities 1869–1939 ricostruisce, attraverso circa cento opere tra dipinti, fotografie, sculture e lavori su carta, come le visioni di sessualitĂ , genere e identitĂ a partire dal 1869, anno in cui fu coniato il termine “omosessuale”. Al Gegenwart, infine, Cao Fei presenta Testimonies to the Near Future che trasforma il museo in una cittĂ distopica e ipertecnologica unendo video, realtĂ virtuale, gaming in una grande installazione immersiva: l’artista, in mostra anche a Milano con il progetto Dash a Fondazione Prada, si afferma quest’anno come una delle voci piĂą acute dell’arte cinese contemporanea, al crocevia tra distopia, cultura popolare e critica sociale. Fino al 11 ottobre.
La Kunsthalle di Basilea porta avanti da quasi due anni, con il suo direttore Mohamed Almusibli, un programma dedicato agli esordi istituzionali. Janiva Ellis (1987) presenta Geneva, la sua prima mostra istituzionale in Europa: nei suoi dipinti la pittrice esplora la persistenza dei miti della supremazia bianca nelle narrative culturali dominanti, mettendo in discussione i confini di visibilità , cancellazione e sopravvivenza attraverso la tradizione figurativa. Fino al 9 agosto. Contestualmente, ad accompagnarla c’è Shuang Li (1990), con la sua prima personale in una istituzione europea: Alliance, la più ambiziosa installazione filmica mai realizzata dall’artista, a partire dal fenomeno dello storm chasing – l’inseguimento deliberato di fenomeni meteorologici estremi – riflette su comunicazione globale, attenzione e informazione. Fino al 13 settembre.
Sulle rive del Reno, il museo dedicato a Jean Tinguely propone Labouring Bodies, la mostra collettiva centrale della stagione; una riflessione sulla relazione tra corpo e tecnologia da una prospettiva chapliniana, che mostra come il corpo umano sin dai primi “tempi moderni” sia stato plasmato dalle macchine. Potrebbe essere tutto descritto nella celebre immagine di Charlot incastrato tra gli ingranaggi: il corpo umano, è ormai dentro la macchina ma ne blocca i meccanismi, diventando così luogo di resistenza. Accanto, la personale di Nicolas Darrot, Fuzzy Logic, introduce figure robotiche dal comportamento imprevedibile, tra insicurezze e capricci algoritmici in un perfetto omaggio al maestro Tinguely. E ancora, Angelica Mesiti con il progetto Reverb esplora forme di comunicazione alternative – dalla tradizione orale ai linguaggi musicali performativi – riproponendo nel museo svizzero la videoinstallazione The Rites of When (2024).
A Münchenstein, la Kunsthaus Baselland, guidata da Ines Goldbach accompagna il weekend di Art Basel con due progetti in parallelo: per il jahresprojekt (in tedesco progetto annuale) del foyer, quest’anno il museo ha invitato l’artista Monira Al Qadiri; la sua Benzene Float è un’installazione che si concentra sulla dipendenza globale dalle risorse dei paesi della regione del Golfo, e in particolare sulla cosiddetta petro-culture. All’interno invece, la mostra collettiva Mémoires voyageuses mette in dialogo gli artisti internazionali Barotini, Ekeh, Escoval, Hyrcan, Maté, Motta, Salazar Rosales e Uambembe attorno ai temi della memoria in movimento, della migrazione e delle narrazioni itineranti in un percorso espositivo multimediale in bilico tra racconto individale ed epica culturale. Fino al 16 agosto.
C’è Extrasensory alla Kulturstiftung Basel H. Geiger | KBH.G, la prima grande mostra istituzionale in Svizzera dell’artista newyorkese Chloe Wise, classe 1990, a cura di Samuel Leuenberger. Il soggetto? Il progetto cinematografico più ambizioso realizzato finora dall’artista. Al centro della mostra si trova il film a tre canali PsyFi*, che esplora il modo in cui culture diverse, nel corso della storia, hanno cercato di descrivere l’incontro con l’ignoto, nessun limite tra visioni religiose e i racconti contemporanei di fenomeni extraterrestri. Apparizioni angeliche, esseri di luce, comunicazioni telepatiche o stati di estasi. Può cambiare il linguaggio usato per raccontare questi fenomeni, e la consapevolezza, ma non l’esperienza. E allora Wise non si limita a dare la sua lettura – giusto o sbagliato, vero o falso – ma concentra la propria attenzione sul modo in cui narrazione, immagini e cornici culturali modellano la percezione di queste esperienze. Lascia trapelare i limiti del linguaggio di fronte all’ineffabile. «Mi interessa l’ambiguità , soprattutto in un momento dominato da paradigmi scientifici e tecnologici, in cui ci è stato insegnato a ignorare ciò che non è spiegabile», dichiara Wise. «Mi interessano il reincanto del mondo e le affinità tra fantascienza e dimensione divina». Fino al 6 settembre.
E per concludere, a Weil am Rhein, a pochi chilometri dal confine con la Germania, il Vitra Campus offre due appuntamenti imperdibili per gli appassionati di design. Al Design Museum, fino al 6 settembre, sarà possibile visitare la più grande retrospettiva mai dedicata a Hella Jongerius che ripercorre l’intera carriera della designer olandese, tra i lavori sperimentali degli esordi, i prodotti più riconoscibili e le ceramiche scultoree più recenti, con pezzi realizzati per Maharam, KLM, Camper, Ikea e, naturalmente, Vitra, e i pezzi d’archivio – quello del suo studio JongeriusLab – custoditi dalla fondazione dal 2024. Intanto allo Schaudepot, progettato per Vitra da Herzog & de Meuron, la mostra Verner Panton: Form, Colour, Space celebra il centenario della nascita del designer danese con una retrospettiva che presenta il suo lavoro per capitoli tematici: dalla sua iconica Panton Chair all’installazione Visiona II del 1970. Fino al 9 maggio 2027.
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