Giorni di Guerra, L'Ombra del Fotografo, Albane de Labarthe, Toile Libre, installation view at Museo della Battaglia, Vittorio Veneto, ph Giorgio De Negri
Esiste un patrimonio immenso e spesso ancora poco conosciuto che attraversa gli archivi italiani della Prima guerra mondiale: migliaia di fotografie stereoscopiche, lastre, cartoline, album privati, immagini di propaganda, ritratti di soldati, fotografie di trincea e vedute dei paesaggi devastati dal conflitto. Una quantità straordinaria di materiali visivi custoditi nei musei, nelle biblioteche, negli archivi pubblici e nelle collezioni private che costituisce oggi una delle più importanti memorie iconografiche del Novecento europeo. La Grande Guerra è stato, infatti, uno dei primi eventi storici ad essere documentato in maniera sistematica attraverso la fotografia.
Questo cospicuo archivio fotografico possiede oggi un valore che va ben oltre la semplice testimonianza storica. Quelle immagini rappresentano una forma di memoria sensibile, capace di restituire non soltanto gli eventi ma anche l’atmosfera emotiva del conflitto: i volti dei soldati, l’attesa nelle retrovie, la distruzione dei paesaggi, la materialità delle trincee, la sospensione quotidiana della vita militare. Guardare oggi queste fotografie significa confrontarsi con un passato che continua a interrogarci direttamente. La loro preziosità non è soltanto documentaria, ma anche culturale e antropologica. In esse sopravvive una dimensione umana della guerra che spesso le narrazioni ufficiali e monumentali tendono a cancellare.
È proprio da questa consapevolezza che prende forma Giorni di guerra. 1915–2025, volume che accompagna la mostra ospitata all’interno del Museo della Battaglia di Vittorio Veneto dedicata alle rappresentazioni della Prima guerra mondiale. Il volume si rivela, fin dalle prime pagine, molto più di un semplice catalogo espositivo. Curato da Simone Da Dalt e Jasmine Miraval, il libro è un articolato laboratorio interdisciplinare in cui fotografia, letteratura, cinema, arti visive e teoria della memoria dialogano continuamente tra loro.
La forza del progetto sta proprio nella sua capacità di considerare la guerra non soltanto come evento storico, ma come fenomeno visuale e culturale che continua ancora oggi a produrre immagini, interpretazioni e narrazioni. Il tema centrale del volume è infatti quello della rappresentazione: come la guerra è stata fotografata, raccontata, disegnata e successivamente ricordata. Ne emerge una riflessione estremamente attuale sul rapporto tra immagini e memoria collettiva.
Il saggio introduttivo di Alessandro Scarsella, significativamente intitolato La guerra rappresentata, costituisce il principale asse teorico dell’intero volume. Scarsella mette subito in evidenza il ruolo decisivo assunto dalla fotografia durante il primo conflitto mondiale. La Grande Guerra coincide infatti con un momento cruciale nello sviluppo della cultura visuale moderna: le macchine fotografiche diventano sempre più diffuse e la documentazione visiva entra stabilmente nella percezione pubblica del conflitto. La fotografia non svolge più soltanto una funzione testimoniale, ma contribuisce a costruire l’immaginario stesso della guerra.
Particolarmente interessante è il modo in cui Scarsella intreccia differenti linguaggi della rappresentazione – fotografia, cinema, grafica, scrittura autobiografica, fumetto – mostrandoli come elementi di una stessa costellazione culturale. La guerra moderna, suggerisce il saggio, è inseparabile dalle immagini che la raccontano. Tuttavia queste immagini non sono mai neutrali: oscillano continuamente tra documento e propaganda, tra testimonianza e costruzione ideologica. È una riflessione che attraversa tutto il catalogo e che gli conferisce una notevole profondità critica.
Uno dei contributi più affascinanti del volume è certamente quello di Stefano Gambarotto, dedicato alla fotografia a colori durante la Grande Guerra e all’autochrome dei fratelli Lumière. Il saggio ricostruisce con grande precisione storica e tecnica la nascita del procedimento autochrome, brevettato nel 1903 da Auguste e Louis Lumière. Gambarotto spiega il complesso funzionamento delle lastre a colori e le enormi difficoltà operative che comportavano: tempi di esposizione lunghissimi, necessità di soggetti immobili, procedure di sviluppo estremamente delicate. Per questo motivo le immagini a colori della Grande Guerra non documentano quasi mai il combattimento diretto, ma piuttosto scene di vita nelle retrovie, momenti di pausa e frammenti di quotidianità militare.
Il tema del colore assume qui una straordinaria importanza simbolica. Siamo abituati a pensare la Prima guerra mondiale in bianco e nero: il colore rompe improvvisamente questa distanza storica e restituisce una presenza fisica, quasi contemporanea, ai volti e ai paesaggi del conflitto. Le immagini diventano più vicine, più concrete, persino più dolorose. Gambarotto coglie perfettamente questo effetto perturbante: il colore non spettacolarizza la guerra, ma la rende più umana e dunque più reale.
Il catalogo dedica grande attenzione anche alla dimensione letteraria della memoria bellica. Fondamentale, in questo senso, è il lungo saggio di Giacomo Carlesso su Giorni di guerra di Giovanni Comisso. Carlesso ricostruisce con grande accuratezza filologica la complessa evoluzione del libro di Comisso dal 1930 fino alle successive revisioni degli anni Sessanta. Il risultato è il ritratto di uno scrittore che non smette mai di ritornare sulla propria esperienza di guerra, riscrivendola continuamente.
Molto interessanti sono le pagine dedicate ai materiali d’archivio: lettere ai genitori, dattiloscritti, frammenti autobiografici, varianti editoriali. La memoria del conflitto appare qui come qualcosa di instabile e continuamente rielaborato. Comisso non costruisce un romanzo tradizionale, ma una sorta di mosaico memoriale composto da episodi, prose brevi, immagini e frammenti autobiografici. Anche in questo caso il catalogo insiste sulla natura profondamente narrativa della memoria storica.
Il cuore visivo del volume rimane però rappresentato dalle fotografie stereoscopiche di Luigi Marzocchi, disseminate lungo tutto il percorso editoriale. Le sue immagini — trincee, postazioni militari, rifugi, soldati in pausa, paesaggi distrutti — possiedono una forza evocativa straordinaria. La stereoscopia introduce, infatti, una profondità spaziale che trasforma il documento storico in esperienza quasi immersiva. Guardando queste fotografie si ha spesso la sensazione che il passato riaffiori improvvisamente nello spazio presente.
Il catalogo riesce molto bene a valorizzare questa dimensione senza trasformare le immagini in semplici illustrazioni dei saggi. Le fotografie costruiscono un discorso autonomo, dialogano con i testi e talvolta li contraddicono. La lettura procede così in modo lento e stratificato, alternando riflessione critica ed esperienza visiva.
Molto riuscito è anche il confronto tra Luigi Marzocchi e Heinrich Vogeler, artista tedesco al quale Simone Da Dalt dedica un approfondimento specifico. Le incisioni di Vogeler mostrano una sensibilità diversa rispetto allo sguardo fotografico di Marzocchi, ma altrettanto segnata dal trauma della guerra. Il dialogo tra i due autori produce una tensione estremamente interessante tra documento e interpretazione artistica.
Il volume amplia ulteriormente il proprio orizzonte attraverso i saggi dedicati al cinema e al fumetto. Nicola Callegaro affronta il tema della rappresentazione cinematografica della Grande Guerra nel cinema italiano, mentre Laura Scarpa ricostruisce la presenza del conflitto nel fumetto e nella graphic novel contemporanea. Questi contributi mostrano come la memoria della guerra continui ancora oggi a trasformarsi attraverso linguaggi differenti.
Nella parte finale del catalogo emerge il tema della post-memoria. I saggi di Cristina Pividori e Jasmine Miraval riflettono sul ruolo del museo e dell’arte contemporanea come luoghi attivi della memoria. Il museo non viene concepito come semplice deposito archivistico, ma come spazio vivo in cui il passato continua a essere interrogato dal presente, anche attraverso le ricerche degli artisti contemporanei selezionati tramite open call internazionale: Stanislava Pinchuk, Daniil Revkovskyi, Andrii Rachynskyi e Albane de Labarthe.
Nel complesso il catalogo riesce in qualcosa di raro: trasformare una commemorazione storica in un’autentica riflessione culturale sul rapporto tra immagini, memoria e trauma. Non c’è retorica celebrativa nelle sue pagine, ma la consapevolezza che la Grande Guerra abbia inaugurato una nuova epoca della visione moderna. Le fotografie di Marzocchi, le autocromie raccontate da Gambarotto, le riflessioni teoriche di Scarsella e il lavoro filologico su Comisso convergono verso un’unica idea: la guerra moderna è inseparabile dalle immagini che la raccontano.
Ed è forse proprio questo il messaggio più profondo del volume. Gli archivi fotografici della Prima guerra mondiale non custodiscono soltanto documenti del passato. Custodiscono il modo in cui il Novecento ha imparato a guardare la guerra — e il modo in cui noi continuiamo ancora oggi a ricordarla.
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