Categorie: Musica

Riccardo Muti e le 3546 voci di Ravenna: una lezione di musica e comunità

di - 6 Giugno 2026

Da sopra il palcoscenico del Pala De Andrè di Ravenna, guardando l’ampia platea, la vista che si presenta davanti è impressionante: una moltitudine di volti di ogni età, con in mano dei fogli bianchi, eguagliati dal colore blu delle T-shirt da tutti indossata, sulla quale si legge la scritta Cantare amantis est, «Cantare è proprio di chi ama», frase attribuita a Sant’Agostino). Sul vasto palco un leggio, un pianoforte, e una figura in nero verso cui tutti convergono. Emoziona già questo quadro totale che da solo sprigiona una particolare energia, in alcuni momenti direi spirituale. Quando poi quelle 3546 voci intonano l’Ave Verum Corpus di Mozart, l’incanto è da brividi.

Artefice di questo miracolo è il Maestro Riccardo Muti, che ha riunito per due giorni, l’1 e 2 giugno, al Ravenna Festival, migliaia di cori e coristi, professionali e amatoriali, e di voci bianche, di ogni regione d’Italia, in questo secondo viaggio nella coralità, dal titolo Cantare amantis est: una speciale “master class” nel nome della musica, linguaggio universale che accomuna ogni persona superando differenze e contrasti di razza, cultura e religione.

Riccardo Muti, Cantare amantis est, Ravenna Festival 2026, ph. Marco Borrelli

Autorevolezza, sapienza, miste a simpatia lo distinguono nel feeling che s’instaura mentre tra un brano e l’altro dialoga coi coristi. Cita frasi, ricordi personali, aneddoti storici, riflette a voce alta, scherza con battute colte e popolari, approfondisce concetti musicali, li sviscera, siede al pianoforte, dà indicazioni sulle note e i toni vocali, fa provare e riprovare. Poi silenzio, ci si alza, lui solleva le braccia e tutti intonano con un’unica elevazione della voce. Si passa ad un’altra aria e ad un’altra lezione: “Casta diva”, dalla Norma di Bellini. Segue il coro a cappella della Messa da Requiem di Verdi che interagisce con il soprano Maria Grazia Schiavo; e infine il Prologo dal Mefistofele di Arrigo Boito: un percorso che, nelle parole di Muti, «Dalla pagina più eterea, si arriva a quella più sanguigna e piena di fervore e fuoco sacro».

Riccardo Muti, Cantare amantis est, Ravenna Festival 2026, ph. Marco Borrelli

Sono ispirate a un senso profondo di spiritualità le partiture scelte dal Maestro per “istruire” il monumentale coro, spiritualità che attinge anche alle parole della massima di Sant’Agostino sul valore che la musica può assumere nella società. «Perché appunto il cantare insieme, come il suonare insieme – ribadisce Muti – è proprio di “colui che ama”, di chi coltiva il senso dell’amore, di chi si unisce nel segno superiore dell’armonia e della bellezza, perseguendo il bene comune».

Quello stesso bene comune che, con la pace e la libertà, ha caratterizzato la vita di Don Giovanni Minzoni, il cappellano ravennate ucciso nel 1923 dalla violenza fascista, a cui le due giornate sono state dedicate. «Dopo aver scelto di incentrare il nuovo programma di Cantare amantis est su alcune pagine di tema sacro – ha dischiarato Muti -, mi è parso naturale e doveroso rendere omaggio, attraverso esse, a Don Giovanni Minzoni, figura centrale e martire della storia del nostro Paese».

Riccardo Muti, Cantare amantis est, Ravenna Festival 2026, ph. Marco Borrelli

Sono autentiche perle, alcune parole della lezione che il Maestro sciorina tra un brano e l’altro, come ad esempio la definizione che egli dà dell’Ave Verum mozartiano, «Una pagina caduta dal cielo» scritta a soli 35 anni, quando il compositore era malato, con una situazione economica disastrata, «Eppure scrive i più grandi capolavori, tra cui questa piccola gemma, composta da un uomo che sente la morte che si avvicina»; o ancora spiegando che «C’è un rapporto diretto tra parola e musica, che la conduzione della melodia viene suggerita dal significato della parola».

Riccardo Muti, Cantare amantis est, Ravenna Festival 2026, ph. Marco Borrelli

Aveva avuto parole anche per i politici, il giorno dell’apertura, vigilia della festa della Repubblica, dopo aver diretto il grande coro cantando l’Inno nazionale di Mameli: inno che «Deve essere tenuto con nobiltà… e deve essere cantato dalla moltitudine, mentre ora si è presa l’abitudine all’americana di farlo cantare da una persona sola. La massa corale ha una potenza che la persona singola non può avere».

Riccardo Muti, Cantare amantis est, Ravenna Festival 2026, ph. Marco Borrelli

Un momento di profonda commozione ha concluso la due giorni ravennate, quando Muti ha invitato tutti a «Un momento di immersione interna perché abbiamo in sala Massimo Minghetti, il babbo di Riccardo, 16 anni, uno dei giovani, che è morto ingiustamente nell’incendio di Crans-Montana. E qui c’è anche il coro di Roma, che ha cantato al suo funerale. Il padre trova nella musica, nella figlia, nel resto della famiglia, conforto ad una tragedia così immane. Vorrei che dedicassimo l’Ave Verum a tutti i giovani e meno giovani che sono morti in quell’orrendo fuoco per colpevolezza, superficialità, e delinquenza di altri». E col canto finale sembra risaltare pienamente la frase di Don Minzoni scritta sull’altro lato delle magliette: «La felicità dei vostri volti è come un grido di vita». E di speranza.

Si esce avendo vissuto, anche se un solo giorno, un’esperienza comunitaria, di alto valore civile. Una lezione di arte e di vita.

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