Pace Gallery, Geneva
Il mito della crescita infinita si è infranto anche nel mercato dell’arte contemporanea e questo è diventato chiaro anche ai più ottimisti, dopo la drastica ristrutturazione aziendale messa in atto dal colosso dell’arte contemporanea Pace Gallery, che ha annunciato il taglio immediato di circa 50 artisti ed estates dalla propria scuderia e il licenziamento del 20% del suo staff globale (50 dipendenti). La scuderia della galleria subirà così una contrazione del 30%, passando da circa 135 a 85 nomi. La notizia arriva a meno di un anno di distanza dalla chiusura della sede di Hong Kong di Pace.
Ma a scuotere ancor più l’opinione pubblica sono le motivazioni espresse dal CEO Marc Glimcher, che ha liquidato l’era delle “mega-gallerie” spiegando che il mondo dell’arte è cambiato drammaticamente nell’ultimo decennio e che l’attuale modello delle gallerie non è solo rotto ma irreparabile.
Nelle intenzioni dei vertici, questa manovra viene definita una necessaria “correzione di modello” per ritornare alle radici della galleria. L’obiettivo dichiarato è abbandonare la logica puramente finanziaria della multinazionale per concentrarsi su una selezione più stringente e intergenerazionale di circa 80 artisti, ricostruendo con essi rapporti più intimi e profondi.
La virata di Pace arriva dopo un decennio dominato da una corsa agli armamenti immobiliari e finanziari: le grandi gallerie internazionali hanno aggredito i mercati globali aprendo sedi ovunque e ingrossando a dismisura le proprie scuderie. Questo approccio ha però mostrato i propri limiti strutturali di fronte a diversi fattori concatenati, a partire dai costi di gestione insostenibili. Pace, in ogni caso, manterrà il suo colossale quartier generale di otto piani a Chelsea, New York, inaugurato nel 2019 con un investimento da 100 milioni di dollari e un affitto stimato vicino ai 9 milioni di dollari all’anno. Si tratta di un investimento che lo stesso Glimcher ha ammesso che oggi non rifarebbe ma a cui è vincolato da un contratto ventennale.
A gravare sui bilanci è stata anche la scommessa, rivelatasi fallimentare, sul Crypto-Tech: Pace era stata tra i pionieri dell’arte digitale e dei progetti NFT con la piattaforma Pace Verso ma il crollo verticale del settore crypto e i pesanti ritardi legati al progetto Superblue – la rete di centri espositivi dedicata all’arte immersiva e interattiva su larga scala promossa dalla stessa Pace Gallery – hanno lasciato profonde voragini finanziarie.
Infine, si è palesata l’impossibilità di un reale rapporto di curatela: con oltre 130 artisti in catalogo, è diventato sempre più arduo per i dealer garantire l’attenzione, le risorse e il supporto strategico che ogni autore merita.
Pace ha scelto di non pubblicare una lista ufficiale dei profili liquidati per questioni di riservatezza, provocando non poco caos e panico tra lo staff prima della comunicazione ufficiale. Tuttavia, confrontando i registri web, sono già svaniti dal roster ufficiale grandi nomi dell’arte digitale, della fotografia e dell’arte pubblica. Risultano infatti esclusi il celebre fotografo francese JR, il collettivo di arte tecnologica teamLab, gli artisti multimediali Rafael Lozano-Hemmer, Glenn Kaino e John Gerrard, oltre a importanti eredità storiche come gli estates di Richard Avedon e Keith Sonnier.
I tagli hanno invece risparmiato i pesi massimi commerciali storici della galleria, come David Hockney o la Fondazione Calder, e non fermeranno l’acquisizione mirata di grandi nomi iconici, come dimostra la recente e prestigiosa inclusione dell’estate di Constantin Brancusi.
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