The Lithuanian National Gallery of Art
Tra diplomazia culturale e finanziamento pubblico, memoria storica e la nuova scena artistica, intervistiamo Laura Gabrielaitytė-Kazulėnienė, Addetta Culturale della Lituania in Italia e curatrice del programma Cultura Lituana in Italia 2025–2026, un caso esemplare di come un Paese costruisce la propria presenza culturale all’estero. Oltre 150 eventi attraversano l’Italia, da Artissima al MAMbo al MAXXI, mentre il confronto con il modello del nostro paese (decentralizzato e radicato nel territorio) rivela le ambizioni e le sfide ancora aperte di un sistema culturale in piena evoluzione. Sullo sfondo, una generazione di artisti che trasforma il trauma dell’occupazione sovietica in post-memoria universale, e un ecosistema di spazi indipendenti e biennali che ne alimenta la proiezione europea. Un dialogo sul panorama Lituano e sul lavoro che ha costruito in questi anni.
Raccontaci del programma Cultura Lituana in Italia e della visione che lo guida.
«Il fatto che in un solo anno, fino a ottobre 2026, si terranno in Italia oltre 150 eventi è molto più di una semplice statistica: è la migliore illustrazione della portata del programma Cultura Lituana in Italia 2025-2026 e della nostra ambizione di tessere un dialogo profondo e duraturo tra Paesi, che abbraccia l’intera geografia italiana».
Come è partita?
«Questa visione ha iniziato a formarsi nella mia mente già nel 2019, appena iniziato il mio incarico a Roma. Il successo del programma Jonas Mekas 100 del 2022 è stato la prova fondamentale che un progetto non deve nascere come una semplice presentazione artistica isolata, bensì come un’integrazione organica nel tessuto culturale italiano. Per questo motivo, tutti i nuovi progetti sono strutturati in modo che le istituzioni locali siano esse stesse interessate a inserire i nostri artisti nelle proprie piattaforme. Ho capito che solo una comunicazione coerente e strategicamente coordinata permette alla voce della Lituania di risuonare nello spazio culturale italiano non come quella di un ospite, ma come un partner paritario».
Quali nomi e collaborazioni più significative ci sa indicare fin ora?
«Per esempio, la presenza di artisti lituani ad Artissima, il focus Lituania al festival Romaeuropa, le presentazioni cinematografiche al Trieste Film Festival, la collaborazione con il Museo delle Civiltà, il programma dedicato alla letteratura alla Bologna Children’s Book Fair e la pluriennale partnership con il museo d’arte moderna MAMbo, coronata quest’anno da un progetto speciale all’interno del programma “Art City”. È proprio in queste collaborazioni che sono nate le connessioni più inaspettate, come la partnership tra la Biennale di Kaunas e la Biennale Gherdëina, in Val Gardena a maggio 2026, o l’inclusione della Lituania nella storica residenza del “Circolo Scandinavo” a Roma».
Qual è il modello di sostegno pubblico alla cultura in Lituania, in termini di cosa funziona e cosa ancora va implementato?
«In Lituania, la maggior parte della cultura viene finanziata attraverso istituzioni nazionali e municipali. Tuttavia, da ormai vent’anni, ci muoviamo con decisione verso il principio del “braccio teso” (arm’s length principle). L’opera del Lithuanian Culture Council è d’importanza vitale proprio per il settore non governativo e per i singoli artisti, poiché garantisce l’accesso diretto ai fondi statali per la realizzazione di idee creative.
Questo sistema assicura che, mentre il Ministero della Cultura stabilisce le linee guida politiche, le decisioni sui finanziamenti specifici spettino a esperti indipendenti. Il nostro traguardo principale è il passaggio alla pianificazione strategica, e oggi siamo in grado di garantire finanziamenti a lungo termine alle organizzazioni più rilevanti, offrendo la stabilità necessaria per sviluppare partnership non effimere».
Guardando all’Italia, cosa ti sembra più distante dal modello lituano?
«L’Italia si distingue per il fatto che organizzazioni culturali di altissimo livello e di rilevanza mondiale operano in tutto il Paese, non solo nella capitale. Questo modello decentralizzato, in cui i centri regionali diventano potenti poli di attrazione culturale, rappresenta per noi un esempio eccellente di come rafforzare le diverse regioni della Lituania. Un’ulteriore sfida riguarda il ruolo del settore privato e del mecenatismo, che in Lituania è ancora in fase iniziale rispetto alle profonde tradizioni italiane».
Sappiamo che molti nomi saranno presenti in importanti Biennali in Italia. Di fronte alle necessità della generazione emergente e al consolidamento di molti spazi indipendenti attivi a Vilnius, come si sta ridefinendo l’ecosistema della citta? Vedi una rottura rispetto ai linguaggi precedenti?
«La scena artistica lituana contemporanea è oggi plasmata da una generazione la cui creatività è inseparabile dal contesto globale. Artisti come Emilija Škarnulytė, che rappresenta il paese alla Biennale Arte di quest’anno, Lina Lapelytė, Vaiva Grainytė e Rugilė Barzdžiukaitė (vincitrici del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2019), Robertas Narkus, Anastasia Sosunova, Andrius Arutiunian, Augustas Serapinas, Goda Palekaitė o Eglė Budvytytė, tutti operativi a livello internazionale. Non si tratta di una rottura radicale, bensì di un’evoluzione organica delle riflessioni artistiche, le cui fondamenta sono state gettate da figure come Nomeda, Gediminas Urbonas e Deimantas Narkevičius».
Quali sono i punti di forza?
«La forza di questa generazione risiede nell’ecosistema unico della Lituania, in cui i confini tra le istituzioni statali e il settore indipendente sono estremamente permeabili. L’intero campo artistico vive in sinergia: istituzioni come il Centro d’Arte Contemporanea (ŠMC), la Galleria Nazionale d’Arte (NDG) o il Museo MO lavorano con il complesso indipendente “SODAS 2123” e con programmi di residenza come Nida Art Colony o Rupert. Questi spazi si sostengono a vicenda per mantenersi snodi internazionali, mentre le gallerie progressive operano spesso come project space sperimentali».
La Lituania ha attraversato occupazione sovietica, deportazioni, resistenza. Quanto questa memoria storica pesa ancora sul lavoro dei giovani artisti e in che forme si declina, rispetto ai linguaggi di chi quella storia l’ha vissuta direttamente?
«Le istituzioni culturali lituane non sono affatto semplici depositi d’arte. Sono spazi dinamici in cui si affronta quotidianamente il complesso rapporto tra passato e presente, in un costante “restauro della memoria”. L’obiettivo non è solo conservare, ma decostruire la storia dell’arte del XX secolo, riportando alla luce autori messi a tacere durante gli anni dell’occupazione o il patrimonio dell’emigrazione. Questo processo non è statico, bensì avviene tramite audaci ricontestualizzazioni che ci permettono, oggi, di valutare criticamente il modernismo di epoca sovietica. Le istituzioni fungono da filtro intellettuale, attraverso il quale le fratture storiche vengono trasformate in forme d’arte e dibattito».
In questo processo di rielaborazione della memoria, cambia anche il modo in cui gli artisti lituani percepiscono e rappresentano la propria identità?
«La memoria storica – i regimi, l’occupazione, le deportazioni e la resistenza – rimane un livello vivo nell’arte, ma la sua espressione si è evoluta profondamente. La generazione precedente, che ha vissuto direttamente la frattura, guarda spesso alla storia attraverso il prisma del peso esistenziale e della testimonianza diretta. Al contrario, le nuove generazioni, senza esperienza diretta del trauma, utilizzano la storia come oggetto di ricerca o strumento intellettuale. Operano con il fenomeno della “post-memoria” (post-memory): scavano negli archivi nascosti, esplorano i micro-racconti delle storie familiari o cercano di percepire ciò che è andato perduto attraverso la materialità».
Cosa cambia?
«Se in passato l’identità era intesa come uno sforzo per preservare l’integrità nazionale, oggi essa diventa fluida, dopo un profondo processo di decostruzione. La nuova generazione non si identifica solo in lingua o territorio, ma anche in ecologia, genere e appartenenza globale. Non hanno “superato” le proprie radici, ma le hanno integrate in un contesto molto più ampio, trasformando l’esperienza lituana in un linguaggio comprensibile e attuale».
Qualcosa sulla Kaunas Biennale, in termini di posizionamento internazionale e come vengono coinvolti, di anno in anno, spazi non convenzionali, quartieri e comunità locali?
«Vedrei la Biennale di Kaunas come uno degli esempi di maggior successo di come un evento artistico possa non solo rappresentare un Paese, ma anche contribuire alla trasformazione di una città. Se Vilnius è la capitale e il centro istituzionale, attraverso la Biennale Kaunas si è affermata come un laboratorio creativo in cui l’arte scende in strada e riattiva spazi non convenzionali, dalle fabbriche abbandonate alle piazze pubbliche».
Come viene finanziata, tra fondi pubblici, privati, europei, e quanto questa struttura influenza le scelte curatoriali?
«La Biennale si basa su un modello ibrido, in cui i fondi statali e municipali si uniscono ai programmi UE, in particolare “Europa Creativa”. Questa struttura permette di mantenere la libertà curatoriale, ma allo stesso tempo detta una direzione socialmente responsabile, in cui l’arte cerca il contatto con la comunità locale, trasformando le storie del territorio in narrazioni universali».
Penso a realtà indipendenti come Sodas2123 e Editorial Gallery. Quali tipi di comunità artistiche o accademiche vi spendono energie e sostegno? Cosa ne condiziona la programmazione, a livello anche di finanziamenti?
«L’ecosistema artistico lituano di oggi è impensabile senza luoghi come il complesso culturale “SODAS 2123”. È importante sottolineare che queste organizzazioni mirano per principio a presentare gli artisti all’estero, rendendo la loro attività inseparabile dal networking internazionale, insieme al sostegno del Lithuanian Culture Institute. Un esempio, Con la direttrice Cristiana Perella e al programma di residenze di “SODAS 2123”, abbiamo avviato, nel quadro di “Cultura Lituana in Italia”, un programma pilota di scambio per curatori con il museo MACRO di Roma».
Dopo queste conquiste, qual è l’obiettivo che sente più urgente nei prossimi anni?
«Direi perseverare per mantenere una struttura che permetta libertà curatoriale, ma allo stesso tempo detta una direzione socialmente responsabile. La rete coesa di oggi, forte di numerosi partner all’estero, presenta attivamente gli artisti lituani sulla scena internazionale, offrendo loro la libertà di plasmare la propria identità senza pressioni istituzionali. Questo ambiente coltiva creativi capaci di sviluppare un linguaggio visivo autentico e di partecipare davvero ai movimenti globali dell’arte».
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