Categorie: Musica

Il concerto di Gilberto Gil all’Alcatraz è stato una dichiarazione d’amore verso la vita

di - 18 Aprile 2026

Non viene il senso di colpa a saltare, cantare, gioire, mentre “fuori” qualche fetente nipotino di Adenoid Hynkel, legittimato da un voto pseudodemocratico o da presunzioni di tipo salvifico, ordina genocidi, assassini di stato, prevaricazioni e offese dell’umana dignità, trastullandosi in videogiochi di guerra con armi vere, e con ciò contribuendo a fiaccare anche la nostra vita quotidiana. E perché mai dovrebbe venire, il senso di colpa, quando sul palco sotto al quale si accalcano giovani e meno giovani italiani, brasiliani e altri ancora appare un giovanotto di quasi 84 anni, sorridente, asciutto come un grissino, che con la chitarra incomincia a intonare un motivo, accompagnato da una rappresentanza della sua grande famiglia, i figli Bem e José e il nipote João agli strumenti.

Preceduto con semplicità dal cantautore siracusano Marco Castello, Gilberto Gil scalda subito l’ambiente con il groove gentile di Expresso 2222. Tutti in piedi in un Alcatraz a pieno carico – Milano e Roma, due giorni prima, le uniche date italiane del tour – si risponde all’unisono: “dois-dois-dois-dois”! A poco a poco ma senza strafare si balla, si canta, si beve e, alla fine, obbligati sulla mattonella, si versa birra sul pavimento. Si espongono anche cartelli con dichiarazioni d’amore per l’artista, si alzano bandiere di entrambe le squadre della sua città, Salvador de Bahia, mentre lui dedica una canzone al concittadino Dida, già portiere della Seleção e di una delle due squadre della città che lo ospita quella sera, comodamente seduto al piano nobile del locale milanese.

Gilberto Gil, Alcatraz Milano, aprile 2026, Ph. Elena Di Vincenzo

I grandi motivi, subito riconoscibili, si snocciolano uno dopo l’altro: Viramundo, inesausto girovago che nel suo balanço “Axe” vuol trasformare tutto in “festa, trabalho e pão”, Estrela che suona come “canção de ninar”, ninna nanna, il tautologico Samba-ricetta di Chiclete com banana, l’Upa neguinho rilassato e un po’ reggae a due voci con la “netinha” Flor, dalla voce “verde”, come i manga Tommy della “Feira di São Joaquim” ancora da far maturare nella cesta, la denuncia politica che si cela nell’ironia di Ladeira da preguiça, la pigra salita della vergogna schiavista di Salvador; impegno e denuncia anche in Touche pas à mon pote, contributo per SOS Racism.

Canto e arrangiamenti riassumono stili diversi in un’originale culinaria: Reggae, R&B e Afro Jazz, alla base di tutto una sostanziosa feijoda musicale: Samba, Bajão, Forró nordestino, Pagode carioca, musica sertaneja e altro ancora. Quando testo e musica non sono suoi, Gilberto cita gli autori: Dorival Caymmi, maestro e conterraneo, Edu Lobo e Gianfrancesco Guarnieri, quest’ultimo un paulistano nato a Milano, Vinicius e Jobim, grandi officianti della Bossanova. Sornione corifeo, compone con il pubblico un tropicalissimo canto responsoriale. Racconta del suo esilio londinese, a parole e nella musica di Tempo Rei (qui con Bento, altro nipote, cui cede la chitarra) e Aquele abraço. In Babá Alapalá e Andar com fé affonda le radici nel sincretismo religioso del Candomblé.

Gilberto Gil, Alcatraz Milano, aprile 2026, Ph. Elena Di Vincenzo

Il programma inanella con leggerezza i temi, non ultimo quello della bellezza femminile brasiliana, carioca in Garota de Ipanema (sempre in duetto e raffinato canone finale con la nipote Flor), della terra d’origine in Toda Menina Baiana nell’ultimo bis regalato ad una platea sempre più coinvolta.

Insomma, una festa fra intimi, molti, nessuno escluso. Perché la musica di Gilberto Gil, il suo modo di abbracciare il pubblico stanno agli antipodi dell’esclusione. Ti racconta molto, ti entusiasma, il vecchio Gil, con la sua giovane tribù. Ti allunga la “resaca” di saudade brasiliana, quella che colora di morbido languore il “magone” padano. Ti insegna a essere politico ma non arrogante – era stato per qualche tempo anche ministro della cultura nel primo governo Lula – in una terra meravigliosa e difficile, alla quale la nostra assomiglia sempre più, nel male, senza però imparare quanto “do bem” quella terra potrebbe darci. Una terra nel cui dizionario non esiste la parola “remigrazione”, in nome della quale si pretende di organizzare belle “rimpatriate”.

Gilberto Gil, Alcatraz Milano, aprile 2026, Ph. Elena Di Vincenzo

Ecco perché tutti quei giovani e meno giovani, italiani brasiliani, figli e padri, figlie e madri, piccola apoteosi di casalinga “miscigenação” (questa sì è parola da dizionario brasiliano!), non provano sensi di colpa mentre gli orrori quotidiani si perpetrano “fuori”. Quei sensi di colpa, almeno per una sera, non hanno avuto il coraggio di varcare la soglia dell’Alcatraz.

Perché ogni tanto è giusto saltare e cantare spensierati, gioire e sbrodolare birra per terra. E provare ad apprendere da certi “vecchi” la saggezza del vivere. “A prescindere”, avrebbe detto Totò che, proprio come l’autore de Il Grande dittatore, l’Hynkel dell’inizio, di saggezza se ne intendeva.

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