Installation views of Hans Hartung et la musique. The Invisible Chord at Querini Stampalia Foundation, Venice. ©Photo: Tanguy Beurdeley. Courtesy of the Hartung Bergman Foundation, Querini Stampalia Foundation and Perrotin.
«Hartung è un messaggero, un trasmettitore-ricevitore di una radio cosmica che ci fa percepire il ritmo della vita contemporanea e ci permette di intravedere un futuro che somiglia a una nuova preistoria». Tramite queste parole, scritte dopo una visita allo studio Bergman-Hartung nel 1956, l’autore Claude-Michel Berger ci immette nel vivo della personalità dell’artista. Un profeta-sismografo che – sintonizzato sulle frequenze profonde della storia – restituisce plasticamente nelle sue opere non solo le ansie del XX secolo, bensì anche il loro respiro di lunga durata.
In questa tensione, le sue pennellate rapide – eppure minuziosamente calcolate – le raschiature, così come le nebulizzazioni aerografe, diventano modulazioni diverse di un unico grido. Una ginnastica vocale estrema che si fa armamentario tonale. Apotropaica e, al tempo stesso, bellicosa, per Hartung la pittura è pratica di resistenza, un modo, come afferma lui stesso, “per sconfiggere la morte”.
Le varie scosse che lacerarono la sua vita – le due guerre mondiali, l’amputazione di una gamba a seguito dei combattimenti contro i tedeschi, la perdita della compagna Anna-Eva Bergman e i collaterali terremoti psicologici – erano tuttavia solo di rado metabolizzate direttamente tramite la pittura. Per sublimare l’esperienza in segno artistico, Hartung necessitava invece di un isolamento che potesse sigillarlo fuori dal mondo: una vera “capsula sonora” – per usare le sue stesse parole – in cui dipingere proficuamente, senza rimanere invischiato in un silenzio totale per lui paralizzante.
Questa crisalide acustica era, dunque per Hartung una vera placenta che lo proteggeva dall’esterno e, insieme, lo nutriva. «La pittura di Hartung è carica, impregnata di un clima sonoro fatto di ritmi, armonie, slanci vocali o strumentali. Anche se muta, dalle stesse fibre della sua sostanza pittorica emanano i flussi melodici dei compositori che amava», afferma, il curatore di The Invisible Chord Thomas Schlesser.
Non sorprende dunque che Hartung nacque in una famiglia di melomani: la madre ossessionata da Wagner e la sorella, violinista. Da piccolo avrebbe voluto addirittura intraprendere studi musicali, ma, una difficoltà visiva nel decifrare gli spartiti, glielo impedì.
È la critica parigina, e in particolare Jean-José Marchand per primo, a identificarlo come maestro del lirismo. Una poesia dell’immagine intrisa di atmosfere sonore che arrivano a riflettersi anche nella stessa metodologia artistica.
Esemplari, in questo senso, i suoi lavori ad inchiostro degli anni Cinquanta che sembrano svilupparsi come partiture. Inizialmente, l’artista si abbandona infatti impulsivamente a dei bozzetti che, solo successivamente – tramite la tecnica della quadrettatura – amplifica nel dettaglio su tele di grandi dimensioni. Lo schizzo diventa così scrigno di istruzioni che preservano e traducono lo slancio energetico delle matrici a china nell’esecuzione della sinfonia finale.
A partire dagli Sessanta, lo stile di Hartung diventa ancora più ipnotico, allucinato, spesso letto come sintomo di quella diagnosi che, già a partire dal 1937, lo aveva etichettato come “neuropatico”.
In questi anni, Hartung interviene direttamente su tela, senza studi preparatori, sperimentando con vernici acriliche e viniliche ad asciugatura rapida e diverse tecniche di raschiatura e spruzzatura. Ad esempio, con pistolette da carrozziere, invoca nubi tenebrose che incombono, sospese, sullo spazio pittorico, quasi fendendolo come buchi neri affamati di luce. Tuttavia, Hartung non venne mai abbandonato da un vivo gusto per le modulazioni cromatiche.
Al contrario, anche negli ultimissimi anni di vita – segnati dalla ribellione contro il fragoroso silenzio provocato dalla scomparsa della compagna – Hartung non si rifugiò esclusivamente nelle profondità disorientati e collose del nero, affidandosi invece anche al blu, al marrone e, alle volte, al verde. È inoltre a partire dalla morte di lei nel 1987, che Hartung inizia ad essere più conciliante nei confronti del silenzio, concedendogli di espandersi in ampi “spazi negativi”. Campiture di bianco che, per contrappunto, rendono ancora più assordanti gli zampilli, i raggi, le spirali e le onde di colore che le punteggiano, rade e sparse.
Tali tracce segniche, pur cariche di un dolore violento, non giungono tuttavia a farsi pienamente distruttive. Non deflagrano come bombe ma piuttosto coagulano in grumi di una sofferenza che corrode interamente.
The Invisible Chord restituisce infine questa complessa ricchezza attraverso apparati scritti che, integrando codici QR, affiancano alle incisive spiegazioni accompagnamenti musicali che spaziano da Bach a Brahms, da Lili Boulanger fino ai Pink Floyd e Barbara Carlotti, trasformando così la mostra in un autentico campo di risonanze. L’esposizione illumina inoltre la dimensione acustica che attraversa l’opera di Hartung grazie al parallelismo tra i suoi strumenti di lavoro e quelli musicali. Un’eco che struttura il percorso espositivo in una partitura totale, in cui gesto, immagine e suono entrano in reciproca risonanza, amplificando le vibrazioni dell’interiorità, senza mai dissolverne la generativa dissonanza.
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