Salvatore Emblema Luisa Lambri, 2026. Exhibition view at Galleria Fonti, Naples. Photo: Amedeo Benestante. C.sy Galleria Fonti, Naples
Possono due voci accordarsi, pur essendo asincrone nel tempo e nello spazio? È l’eventualità che traspare nel progetto espositivo che mette in dialogo le opere di Salvatore Emblema (Terzigno, 1929 – 2006) e le fotografie di Luisa Lambri (Como, 1969) in tre sedi napoletane, alla Thomas Dane Gallery, alla Galleria Fonti e alla Fondazione Museo Emblema a Terzigno.
I lavori dei due artisti entrano in relazione attraverso la luce, in un gioco di trasparenze che rispecchia la loro personale ricerca artistica, per poi idealmente incontrarsi quando Luisa Lambri, artista della Thomas Dane gallery, vede le opere di Emblema inizialmente a Los Angeles e poi a Terzigno. Qui, alle pendici del Vesuvio, in quella che è stata la casa – studio dell’artista della trasparenza, nasce una liaison che porta Lambri a relazionarsi con le emozioni fortemente legate all’atmosfera dei luoghi vesuviani.
L’arte di creare connessioni con gli spazi – soprattutto architettonici, nel caso dei lavori ispirati alle opere dei maestri del Modernismo, del Minimalismo e dello Spazialismo – è una pratica che Luisa Lambri studia con attenzione, riuscendo a cogliere, attraverso singoli dettagli, l’essenza di una struttura. D’altronde, l’idea di trasformare gli spazi naturali, quelli in cui abitava ed era assiduamente immerso, in opere d’arte, era già stata sperimentata da Emblema tra gli anni Sessanta e Settanta, come chiarisce in una lettera a lui indirizzata anche il critico d’arte Giulio Carlo Argan quando, parlando della crisi del “quadro” nella cultura artistica odierna, scrive: «Il quadro sopravvive tuttavia come una dimensione, un luogo, sebbene deserto, della nostra coscienza. […] È l’ipotesi, o la prospettiva, di uno spazio immaginario».
Lambri attraversa col suo obiettivo la tela di juta “detessuta”, come la chiamò Palma Bucarelli, mostrandone la trama come al microscopio e traendone una sua visione strutturale di quello che Argan aveva chiamato la «Meditativa malinconia metafisica» dei quadri di Emblema. Lambri però non si ferma alla superficie di juta, oltrepassa anche il telaio in legno e il muro retrostante all’opera, per tornare alla natura. La serie di foto Untitled (Sheats-Goldstein House), 2007, in cui Lambri immortala degli alberi, sono soprattutto ricordo perché, al di là del luogo in cui sono state scattate, rappresentano un momento interiore dell’artista che finisce col portare con sé quel senso di indefinito che conduce inesorabilmente a dimenticarsi del luogo in cui ci si trova.
Questa visione trasversale di Lambri di cogliere la luce quasi filtrata dall’ombra, nel tipico taglio diagonale, è particolarmente visibile nell’opera esposta al centro della sala della galleria Fonti, tra le dieci Structurae di Emblema. Qui, le opere-scultura realizzate nel 1974 da Emblema, chiamate anche Porte per la loro struttura, sono state installate a parete proprio per creare ed enfatizzare dei ritmi compositivi che rimandano a una più vasta percezione cromatica, andante tra pieni e vuoti.
Invece, al piano nobile della villa di fine Ottocento, sede napoletana della Thomas Dane Gallery, è l’architettura stessa a creare, attraverso un incastro di scorci e prospettive sul Golfo, un gioco di luci che rimanda e fa da scenario alle opere esposte. Come scrive nel testo critico Flaminia Gennari Santori: «Il primo incontro è con la fotografia di Lambri di una juta di Emblema: una griglia di colori complementari che proiettano ombre sottili, che si specchia in un’altra identica sul muro opposto. Le numerose possibilità del rispecchiamento – riflessione, doppio, proiezione, – sono le protagoniste principali di questa nuova serie di lavori». Le grandi de-tessiture degli Anni ‘70 si specchiano nei dittici di Lambri, aprendo la via a una percezione di riflesso, sulla profondità delle griglie emblemiane.
L’invito a perdersi in questa rarefatta trasparenza culmina davanti alle grandi vetrate sul panorama che, ancora una volta, aprono e filtrano la visione emozionante sulle meraviglie che la luce illumina.
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