Mystical Wedding, Fitzrovia Chapel
Quello che John Langshaw Austin chiama “atto performativo”, in cui il velo tra il dire e il produrre, tra l’enunciare e il creare viene squarciato, il loro confine abbattuto, è quanto avvenuto a Londra, il 6 giugno, fra Marta Jovanović e Cristiano Leone. Ed è proprio una performance artistica che ha trasformato la potenza della voce che pronuncia un voto, sigillando un’immanenza di intenzioni che si fa corpo, sopravvivenza delle immagini attraverso il tempo proprio perché proferite a voce alta. Il filologo e linguista svizzero Paul Zumthor, in La presenza della voce, ha teorizzato che risieda proprio in quest’ultima il luogo in cui il corpo e il senso si incontrano, prima che la scrittura li separi. Presentata da Gallery Rosenfeld durante il London Gallery Weekend, Nuptiae Mysticae nasce dall’esigenza di rispondere a un quesito preciso: quali forme di responsabilità condivisa rendono possibile la vita artistica? Una domanda che indaga il rapporto tra cura e creazione, investendo in primo luogo artisti e curatori ma, allargando la lente, tutto l’ecosistema che abbraccia la cultura e i suoi meccanismi.
La performance ha avuto luogo proprio nel centro di Londra, in uno spazio – la Fitzrovia Chapel – che sembra nascondersi fra gli edifici per poi rivelarsi misticamente sospeso, con un «rutilante oro» che invade gli spazi. La cappella, edificata tra il 1891 e il 1892 come parte del Middlesex Hospital poi demolito, è ad oggi l’unica traccia sopravvissuta di una istituzione ormai scomparsa, una reliquia di una cultura della cura che ha perso il proprio contesto originale ma conserva intatta la propria capacità di significare. Ed è difficile immaginare una cornice più precisa per un lavoro che vuole ragionare su ciò che sopravvive e su ciò che svanisce, su quali forme di impegno permettono a una pratica artistica di attraversare il tempo.
L’intero atto ha assunto il significato di attraversamento liminale, tra parola e atto ma anche tra ruoli: Marta Jovanović, performer di fama internazionale, e Cristiano Leone, che ha dedicato la sua vita professionale allo studio e alla produzione di performance e progetti artistici, hanno scelto di abitare un campo d’azione comune e di abbattere i confini dei propri ruoli, sospendendo temporaneamente la propria funzione canonica in uno spazio che era già di per sé un inno alla sospensione. La cura diventa atto creativo.
«Lavoro con il corpo da molti anni, ma non lavoro né con la voce né con la parola. Entrare in un’opera strutturata attorno al linguaggio ha significato entrare in un territorio completamente sconosciuto. Questo ha amplificato enormemente la mia vulnerabilità, perché mi ha costretta ad abbandonare strumenti e modalità espressive che conosco profondamente», ha raccontato l’artista. «Ciò che ha reso questa sfida particolarmente intensa è che Cristiano proviene da una pratica curatoriale in cui la parola occupa un ruolo centrale».
Leone ha invece affermato: «Marta mi ha accolto con grande generosità all’interno di una pratica di ricerca, potente ma delicatissima proprio perché autentica, che ha costruito nel corso di oltre vent’anni. Entrare in quell’opera ha significato assumere una responsabilità verso qualcosa che esisteva prima di me e che continuerà a esistere dopo di me. Ho sentito il peso di quella fiducia e, insieme, il privilegio che essa comportava». E ancora: «Ho sperimentato la vulnerabilità dell’esposizione. Un artista mette continuamente in gioco il proprio corpo, il proprio immaginario, la propria reputazione e il rischio del fallimento. Ho sempre cercato di esserne consapevole. In Nuptiae Mysticae quella consapevolezza è diventata esperienza».
Il meccanismo performativo si serve di 99 voti scritti su ostie, pronunciati ripetutamente come fossero un’invocazione, poi offerti e ingeriti dall’altro. Le voci si consumano e la parola scritta scompare nella corporeità, mentre la voce continua sempre ad aleggiare nell’architettura della cappella fino a dissolversi. Senza officiante, i due performer si fanno a turno sacerdoti dell’altro, attingendo a piene mani dalla tradizione occidentale del matrimonio mistico, che da Santa Caterina da Siena nel XIV secolo arriva a Santa Teresa d’Ávila e San Giovanni della Croce nel XVI secolo, passando per il testo rosacrociano de Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz, pubblicato nel 1616. Una celebrazione che diviene trasformazione e altera l’identità dei protagonisti, sfuggendo a una componente divina e riportando il discorso all’ambito, sì, del trascendentale e al contempo del transeunte, ma rimanendo in una sfera tutta umana.
«Per noi l’elemento religioso non è mai stato un semplice prestito estetico.» – affermano i due – «È stato il punto di partenza di una riflessione condivisa. Eravamo interessati al rituale come struttura capace di produrre impegno. L’arte contemporanea è ricca di dichiarazioni e critiche. Noi volevamo interrogarci sul significato di una promessa e sulla responsabilità che nasce dal pronunciarla pubblicamente. La religio lega. Definisce una comunità e una forma di appartenenza. La spiritualità compie un movimento diverso. Espande il campo della relazione e amplia la nostra percezione del mondo. Questa espansione passa sempre attraverso un incontro. Ci interessava comprendere in che modo una relazione possa trasformare chi la vive. Per questa ragione il matrimonio mistico continua a parlarci. Esso descrive una trasformazione che avviene attraverso un legame assunto consapevolmente».
La costruzione simbolica delle nozze diventa quindi un passaggio dal Matrimonium a Patrimonium, diventando non più rituale di unione ma riflessione sulla trasmissione culturale stessa, sulla sua eredità. Fortissima appare dunque la sovrapposizione fra l’atto di nutrirsi a vicenda come sigillo di unione, presente in diverse delle tradizioni religiose più diffuse, e l’uso del voto nello stesso elemento di condivisione, quasi ad amplificarne l’interiorizzazione reciproca. Anche il numero dei voti, dispari nella formulazione, implica una finale sovrapposizione di percorsi, un punto di arrivo che permette di sugellare il significativo «I vow to take care of you. I vow to create with you» che chiude la performance.
I due si avviano quindi, tenendosi per mano, a uno spazio domestico privato, dove un tatuatore incide una linea continua sulle mani dei due performer, che appare incompleta se si guarda una sola mano e diventa intera solo quando le mani si uniscono, testimonianza di una cura che acquista significato solo quando viene messa in atto. «La linea tatuata sulle nostre mani ha trasformato un’idea in una traccia permanente. Per me rappresenta proprio questo: la volontà di assumere sulla mia pelle una parte del rischio che per tutta la vita ho chiesto agli artisti di affrontare», ha spiegato Leone.
In un sistema che misura il valore attraverso la circolazione, Nuptiae Mysticae difende ciò che non circola: la fiducia, l’impegno, la cura come forma di creazione. La linea tatuata sulle mani dei due performer continuerà ad esistere quando la performance non potrà più essere ripetuta. È forse questa la forma di patrimonium che il lavoro davvero costruisce. Un’estetica della cura – per usare le parole di Joan Tronto – che si materializza e prende forma. Ne abbiamo parlato con l’artista e il curatore.
In genere, si pensa alle promesse come a qualcosa di scritto nella propria intimità e condiviso solamente sull’altare con il partner. Voi avete dato vita a novantanove voti sviluppati in mesi di lavoro comune. Ho avuto la sensazione che ognuno avesse pensato ad alcuni voti in particolare, come se fossero assolutamente personali, ma allo stesso tempo c’era un dialogo costante fra i voti pronunciati dall’una e dall’altro. Come si è svolta la creazione di qualcosa di così intimo e, al contempo, condiviso?
MJ e CL: «Come ogni gesto di cura, il lavoro è iniziato dal tempo condiviso. Prima di scrivere un solo voto, abbiamo trascorso settimane intere ad ascoltarci e interrogarci. Non siamo partiti dalla performance. Siamo partiti dalle relazioni. Dal rapporto con noi stessi, con l’altro, con la famiglia, con l’amicizia, con l’amore e, naturalmente, con quella relazione particolare che può esistere tra un’artista e il suo curatore. Da queste conversazioni sono emersi alcuni nuclei essenziali: la fiducia, la responsabilità, la libertà, la vulnerabilità, la presenza, l’attenzione. Non volevamo scrivere dei voti astratti. Volevamo comprendere quali fossero gli elementi che rendono possibile una relazione autentica e duratura. I voti sono nati così. Da un lato erano profondamente individuali, perché ciascuno di noi li ha scritti a partire dalla propria esperienza e dalla propria storia. Dall’altro erano inevitabilmente condivisi, perché tutti si radicavano in un terreno comune che avevamo costruito insieme.
Ci siamo dati una struttura rituale e alcuni temi fondamentali, ma all’interno di quello spazio la libertà era assoluta. Quando abbiamo iniziato a mettere i voti in relazione tra loro, abbiamo scoperto che alcuni sembravano rispondersi direttamente, quasi fossero stati concepiti come un dialogo. Altri ampliavano l’orizzonte aperto dal voto precedente. Altri ancora introducevano differenze, tensioni, crepe, o persino opposizioni. Abbiamo scelto di conservare anche queste ultime. Non crediamo che una relazione autentica nasca dall’uniformità. Crediamo piuttosto che nasca dalla capacità di restare in dialogo».
La voce si consuma, le ostie scompaiono, il tatuaggio resta. Avete lavorato deliberatamente con queste tre temporalità – l’effimero, il digeribile, il permanente – oppure sono emerse nel processo?
CL: «Sì, abbiamo lavorato deliberatamente con queste diverse temporalità. Celebrando il rapporto tra artista e curatore, stavamo in fondo celebrando anche la performance stessa. La performance appare effimera, ma produce conseguenze che possono durare per tutta una vita e lasciare una traccia nello spirito del mondo. La voce si consuma nell’atto della pronuncia. L’ostia scompare perché viene assimilata. Il tatuaggio rimane sul corpo. In ciascuno di questi passaggi il tempo diventa tangibile perché attraversa il corpo. La promessa viene pronunciata, incorporata e infine inscritta nella pelle. Questa tensione tra ciò che svanisce e ciò che permane è uno dei temi centrali di Nuptiae Mysticae: è la performance stessa a persistere. Ci interessava mostrare come una relazione autentica attraversi continuamente tutte queste diverse forme di esistenza. Alcune cose svaniscono. Altre permangono semplicemente un po’ più a lungo. Altre si trasformano. Altre ancora restano.
Questa tensione tra ciò che svanisce e ciò che permane appartiene profondamente alla tradizione del matrimonio mistico che ha ispirato il progetto. Uno dei riferimenti fondamentali che abbiamo avuto in mente nel costruire la performance è Santa Caterina da Siena. Secondo la tradizione, durante il suo matrimonio mistico riceve un anello che la devozione successiva ha identificato addirittura con il prepuzio di Cristo. È un’immagine che può apparire scandalosa, ma proprio per questo rivela qualcosa di essenziale: il desiderio di rendere tangibile ciò che per sua natura appartiene all’invisibile. Anche in Nuptiae Mysticae ci interessava lavorare su questa soglia. La voce, l’ostia e il tatuaggio appartengono a tre stati diversi della materia, ma tutti cercano di dare forma a una stessa realtà: una promessa che attraversa il corpo e continua a esistere oltre il momento in cui viene pronunciata».
Il lavoro presuppone che la cura sia un atto creativo in sé. È una posizione che ha implicazioni molto concrete per come funzionano le istituzioni culturali. Quanto di Nuptiae Mysticae è anche un manifesto su come vorreste che cambiasse il sistema?
MJ: «Nuptiae Mysticae è un manifesto. Come artista, ho trascorso gran parte della mia vita all’interno di un sistema che parla continuamente di creatività, ricerca, innovazione e sperimentazione. Elementi fondamentali. Molto più raramente ho però visto riconoscere con la stessa intensità la cura, l’amore, la responsabilità e il lavoro relazionale che rendono possibile tutto questo. Molti artisti conoscono profondamente la solitudine del processo creativo. Per questo il lavoro ha assunto per noi anche una dimensione politica. Non volevamo rappresentare la cura. Volevamo praticarla. Volevamo renderla visibile e attribuirle un valore pubblico. Cristiano in questa performance ha accettato di attraversare con me l’intero processo, assumendone fino in fondo le conseguenze simboliche e fisiche.
In questo atto vi ho riconosciuto qualcosa che raramente accade nel sistema dell’arte: una reale condivisione della responsabilità. Non una collaborazione funzionale. Non un sostegno dichiarato. Una partecipazione autentica al rischio che accompagna ogni atto di creazione. Per questa ragione considero Nuptiae Mysticae una proposta per il futuro. Il sistema culturale produce il suo valore più alto quando la cura diventa una pratica concreta e quando la responsabilità viene condivisa anziché delegata.
L’opera afferma una convinzione semplice: nessuna creazione significativa nasce nell’isolamento. Ogni opera è il risultato di una costellazione di relazioni, dialoghi e urti, fiducia e impegno reciproco. Rendere visibile questa realtà significa anche immaginare un sistema dell’arte più onesto, più generoso, meritocratico, meno mondano e più essenziale, e più capace di sostenere chi ne rende possibile l’esistenza».
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