LU YANG DOKU THE ILLUSION Esposto all’Espace Louis Vuitton Venezia, 2026 © Lu Yang Crediti foto / Photo credits: © Ludovica Arcero / Louis Vuitton
Secondo Antonio Caronia (che nel 1996 scriveva Il Corpo Virtuale) i corpi artificiali, digitali (i nostri avatar, insomma) sono caratterizzati in primis dalla loro capacità di esistere come entità fluttuanti e adattabili. Per Caronia, il corpo artificiale porta il soggetto all’abbandono delle dimensioni organiche e fisiologiche del corpo: esso diventa una scelta, un dato che può essere costruito, trasformato, ridefinito o addirittura rifiutato. Anche, e soprattutto, dopo Caronia, su questo argomento si sono scritti fiumi di parole, da articoli scientifici a testi di sala, e non è certo questo il tempo o il luogo adatto a riassumerli o citarli, ma il nocciolo della questione – quest’idea di un corpo virtuale che possiamo plasmare e addirittura mettere in dubbio – è da tenere bene a mente nel momento in cui ci si avvicina al lavoro di Lu Yang, artista cinese classe 1984.
Yang, nel corso della sua carriera, ha incorporato quest’idea non solo nella sua produzione artistica, ma nella sua stessa vita quotidiana. Racconta infatti: «Vivendo su Internet, puoi rinunciare alla tua identità, alla tua nazionalità, al tuo genere e persino alla tua esistenza come essere umano. Questa sensazione mi piace molto». Per Lu Yang, però – e questo va ben sottolineato – quest’approccio non si lega soltanto alle nuove tecnologie e alla nostra presenza online, ma a filosofie molto più antiche, in particolare a quella buddista, di cui l’artista segue attentamente i precetti fin dal 2015. Nel buddhismo, infatti, il corpo fisico non è fine ultimo, ma un elemento transitorio da trascendere.
Questo interesse è ben esemplificato da alcuni dei suoi primi lavori, come LuYang Delusional Mandala (2015), un video che mostra l’artista dar vita a una scansione 3D di sé stessa e la successiva nascita, vita e morte del proprio avatar. È però soprattutto nella serie DOKU che questa radicale rinuncia all’identità organica trova la sua massima espressione.
Iniziato nel 2019, questo ambizioso progetto narrativo ruota attorno a un avatar basato sulla digitalizzazione del volto stesso di Lu Yang. Il nome scelto per il personaggio (DOKU) non è casuale: deriva dal concetto giapponese dokusho dokushi (“si nasce soli, si muore soli”) che evidenzia anche come, negli insegnamenti buddisti, la via della liberazione è un viaggio che va affrontato individualmente.
Il quarto e nuovissimo capitolo di questa saga, intitolato DOKU The Illusion, viene ora presentato all’Espace Louis Vuitton Venezia in concomitanza con la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, in un’occasione speciale che celebra il ventesimo anniversario della sede veneziana e il decimo del suo programma Hors-les-murs. Per la proiezione del film (della durata di oltre due ore) è stata allestita, negli spazi veneziani, un’installazione ad hoc: una sorta di cappella futuristica in cui panche lignee, un altare, specchi a soffitto e un lucido rivestimento argentato fanno da cornice alla monumentale proiezione di Lu Yang, sviluppata come un road movie di oltre due ore che combina riprese dal vivo e immagini generate dall’intelligenza artificiale.
Qui Lu Yang adotta il vocabolario visivo dei manga, degli anime e dei videogiochi come pura grammatica formale per dare vita a entità ibride – quei corpi virtuali a cui si accennava prima. Ma se l’estetica strizza l’occhio alla cultura pop contemporanea, il fondamento concettuale dell’opera risiede sempre e interamente nella filosofia buddhista e nell’indagine della scuola Madhyamaka sulla natura illusoria delle cose. Le immagini si sviluppano così come un flusso ininterrotto e destabilizzante, dove spazi quotidiani diventano ambienti irreali attraversati da scene di combattimento, rituali, morte e rinascita, ritmati da una colonna sonora che intreccia hip-hop, pianoforte e musica tradizionale.
A colpire è poi la maniera in cui Lu Yang dissolve continuamente l’idea stessa di individualità. Il volto dell’artista, digitalizzato e trasformato nell’avatar DOKU, si replica infatti incessantemente: compare nei personaggi, negli ambienti, negli oggetti e nelle infinite metamorfosi che attraversano il film.
L’io smette così di essere un’entità stabile per diventare un principio mobile, una presenza che si moltiplica e si rifrange in forme sempre diverse: un’idea, questa, che affonda le proprie radici nella concezione buddhista del non-sé, ma che trova sorprendenti punti di contatto anche con altri campi del sapere. Le immagini generate da Lu Yang sembrano infatti evocare i processi di auto-organizzazione studiati dalla biologia, così come le strutture frattali della matematica e alcune suggestioni provenienti dalla fisica quantistica: sistemi nei quali la stessa forma tende a ripetersi a scale differenti e dove ogni elemento contiene, in qualche misura, l’intero.
Quello di Lu Yang diventa così un esperimento totale in cui il non-sé buddhista e l’era digitale si sovrappongono perfettamente. In questo santuario futuristico, l’avatar cessa di essere una maschera e diventa l’unica realtà possibile: un corpo finalmente libero da confini biologici, capace di morire e rinascere all’infinito nel flusso della rete.
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