Da Deitch ci si aspetta sempre una ventata d’aria fresca. Ma questa volta il primo artista presentato nella principale delle sue due location è ben noto al pubblico USA fin dagli anni Settanta e Ottanta, grazie alle sue monumentali installazioni pubbliche. Jonathan Borofsky (Boston, Massachusetts, 1942) torna a mostrarsi nel suo primo show in una galleria dal 1992. E lo fa presentando un progetto durato sette anni: due gruppi di lavori scultorei, entrambi sul tema filosofico-sociale delle Strutture Umane occupano lo spazio espositivo con un colpo d’occhio eccezionale. Monumentale, eppure elegante nella sua essenzialità.
Il primo lavoro è costituito da ben 366 figure in ferro a grandezza naturale, stilizzazioni del profilo umano di una perfezione alienante. Profili interconnessi tra loro, a formare continue sovrapposizioni, intrecci, abbracci di corpi. Una foresta intricata e immensa come solo le relazioni umane sanno essere, in cui la singola scultura è al contempo individuo senza individualità e atomo nella sua relazione con gli altri. Senza espressione, senza genere, senza colore. Elemento che invece subentra nel secondo lavoro di Borofsky, che affianca a questa impresa spiazzante un intreccio di figure in plexiglas colorato e trasparente. I profili acquistano luce, prendono vita, si definiscono in un genere. Gli intrecci si fanno più dolci, le sovrapposizioni diventano anche cromatiche. E ci si vorrebbe perdere, entrare, riconoscere. Sta in questo, alla base, la continua riflessione dell’artista sui risvolti psicologici dell’uomo nella sua relazione con se stesso e con gli altri. Sublimata in un progetto di assoluta linearità formale, di purezza delle linee, di intelligenza scultorea. Come mostrano i progetti che sono serviti per la preparazione del lavoro, nel piano inferiore della galleria.
All’essenzialità scultorea di Borofsky, Deitch ha scelto di affiancare nella sua seconda location (distante pochi metri dalla prima) una serie di lavori pittorici del giovane Matt Greene. Ancora il corpo umano protagonista, se vogliamo, ma sotto una luce completamente differente. Sulle tele di largo formato di Greene il corpo si fa donna, si fa colore sgocciolante, si fa erotismo e atmosfera noir. Alle spalle delle visioni fantastico-sfumate dei suoi lavori, sta un largo immaginario che spazia dall’erotismo anni Settanta alle fiabe per bambini, dalle ambientazioni oniriche e allucinate alla carnalità dei corpi. Sulle tele i colori soft tracciano profili di donne che raccolgono un ventaglio di rimandi, dalla donna-strega alla donna-prostituta, dalla donna-bambina alla donna-vergine. Lolite ammiccanti sfumano la potenzialità erotica in sovrapposizioni di elementi che si perdono l’uno nell’altro, che tracciano veli e segni, che ricreano un mondo. Il tutto è sempre velato da un alone sinistro, da rimandi mortiferi, da apparizioni d’oltretomba.
Come in una continua favola noir, i lavori di Greene inquietano e inteneriscono, eccitano e spaventano, suggeriscono e interrogano. E il colore sgocciola su di loro come in un continuo lavaggio di coscienza.
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La galleria Deitch coinvolta in un progetto speciale
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www.borofsky.com
barbara meneghel
mostra visitata il 28 novembre 2006
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