C’è da dire, intanto, che il passante non è lì per caso, deciso com’è a nutrirsi di conoscenza, ma anche di semplice curiosità. Il luogo non è una strada, una piazza, un angolo di città. È l’ala del Museo di Pergamo, uno dei più visitati della capitale tedesca, che ospita il Museo per l’Arte Islamica. Un edificio terminato nel 1930 cha ha in sé il ricordo di una solennità composta. Le sue sale sono un susseguirsi di saggi di quella raffinatissima cultura che, ponendo le sue radici in quella ellenistica e bizantina, abbraccia il nord Africa fino all’India, passando per il Medio Oriente e la penisola arabica. L’arte islamica -essenzialmente iconoclasta- punta alla decorazione, soprattutto floreale e geometrica sbizzarrendosi nelle sue forme più complesse. Complice, naturalmente, la materia. Ecco allora tappeti, pagine miniate di manoscritti, legni intarsiati, architravi di pietra, gioielli, ceramiche, tessuti…
Splendidi i pannelli di legno dipinto provenienti da una sala del XVII secolo di un’abitazione di un ricco mercante di Aleppo. Senza contare i blocchi di pietra ricamata della facciata del Qasr El-Mushatta, ad una manciata di chilometri da Amman, imponente castello omayyade iniziato dal califfo Walid II nel 743 d.C., ma mai portato a termine, oggetto di studio nel 1897-98 da parte di due eminenti studiosi tedeschi, Rudolf Ernst Brunnow e Alfred von Domaszewski, autori di Die Provincia Arabia. L’edificio fu donato dal sultano ottomano Abdul Hamid II al kaiser Guglielmo II in virtù della loro alleanza politica, naufragata all’indomani della sconfitta della grande guerra.
Da una parte, quindi, il passante di cui sopra è catturato nel vortice della sospensione atemporale del godimento di queste opere, dall’altra si imbatte -sala dopo sala- in quei due occhi scuri e penetranti femminili che abitano lo spazio fisico di una decina di lightbox rettangolari. Un lavoro realizzato nel 2006-2007 dalla coppia di artisti iraniani Mehran Tizkar (1970) e Raha Rastifard (1974), residenti a Berlino dal 2001. La più giovane, Raha Rastifard, ha alle spalle una laurea in Arte all’Università di Teheran, e una specializzazione in fotografia. A partire dal 1993 alterna la pittura alla fotografia, iniziando a collaborare nel 1998 con Mehran Tizkar, filmaker e regista teatrale. Più articolata la formazione del giovane, fondatore in Iran, nel 1996, del gruppo teatrale Mandragora: usa il mezzo fotografico con la stessa disinvoltura con cui dirige cortometraggi o spettacoli teatrali, molti dei quali presenti a festival internazionali.
Tuba è un omaggio alla bellezza femminile iraniana, intanto, ma anche la dichiarazione di identità culturale. Nelle immagini a colori il volto della donna -o meglio i suoi occhi- si sovrappone a quegli stessi motivi decorativi dell’arte islamica. E’ un perdersi e ritrovarsi, tra affioramenti e sconfinamenti nelle pagine della storia, di un giardino illuminato. Tuba -a cui allude il titolo della mostra- è, tra l’altro, l’albero che il Profeta aveva contemplato sul limitare del Paradiso.
manuela de leonardis
mostra visitata il 23 aprile 2007
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