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fino al 25.I.2009 | Political/Minimal | Berlin, Kunst-Werke

di - 20 Gennaio 2009
Political/Minimal è una mostra importante, e non solo per il numero incredibile di personalità del mondo dell’arte che sono andate ad abbuffarsi al vernissage, o perché tira le somme di alcuni temi che il curatore, Klaus Biesenbach, aveva già trattato anni fa. L’aspetto più affascinante della rassegna, già in nuce nel titolo, sta nei propri limiti.
Sono passati i tempi in cui un cubo poteva essere rivoluzionario e gli artisti minimalisti si arrabbiavano perché i critici vedevano trascendenza e bisogno di universalità nella loro arte. Ora questo rischio non c’è più e il minimalismo è stato assorbito, insieme alla sua importanza, nella confortevole legittimità della storia dell’arte, come anche i successivi movimenti antagonisti che, ciascuno a suo modo, hanno cercato di restituire vigore a quella metafora che Donald Judd e soci avevano ucciso.
Perfetta allegoria della condizione postmoderna, l’arte contemporanea ha cercato di reagire a più riprese al freddo e ironico distacco della propria autocoscienza linguistica, e di tanto in tanto sono emerse tendenze volte a scalzare l’opera d’arte dal suo guscio di coerenza semiotica, per riportarla a una sana dialettica. Con mezzi sempre diversi, si è provato a ristabilire quel “legame tra uomo e mondo” che, secondo Gilles Deleuze, il Novecento ha visto scomparire.

La formula Political/Minimal è una combinazione estremamente efficace nel declinare la dialettica messaggio/forma, sicuramente molto più seducente rispetto ai freddi statement e alla più raffinata pratica di ad-busting figurativa. Le opere appaiono spesso come oggetti di design, ma intendono emanciparsi da un linguaggio autoreferenziale, ironico, distaccato, e per questo connivente con il “male”. Hanno quindi una doppia velocità: possono essere solo percepite o raccontare una storia, lanciare un appello.
Ma se, per lo spettatore a digiuno d’arte contemporanea, il minimalismo può essere troppo oscuro, per quello smaliziato la vita degli oggetti politicizzati in mostra lo è altrettanto. In parole povere, per capire il feto incementato di Teresa Margolles o l’opera di Sarah Ortmeyer sulla riunificazione della Germania ci vogliono comunque delle didascalie. Lo stesso vale per l’opera di Santiago Sierra, la foto di un campo con 3mila buche scavate da lavoratori africani sottopagati.
Questo dettaglio sembra non essere sfuggito allo xurban_collective, che presenta The Containment Contained (2003-07) con una spiegazione stampata sulla parete vicina, ma in lettere così chiare da risultare difficilmente leggibili. Se Har Megiddo (2008), il monumentale cerchio nero di mosche morte di Damien Hirst, e le minacciose opere di Adel Abdessemed o Monica Bonvicini riescono comunque a sintetizzare un’esperienza fisica con un messaggio variamente interpretabile, senza bisogno d’altro, il collettivo svela uno dei punti deboli non solo della mostra, ma dell’arte stessa.

La perfezione formale è incompatibile con la politica, perché scavalca i compromessi linguistici relegandoli a commento, ad accessorio esterno. Political/Minimal sconfigge e arriva quasi a rendere superfluo il compromesso espressivo a cui l’arte politica è sempre scesa, adottando i linguaggi dei media. Invece di andarle incontro, l’opera risucchia la politica dentro di sé.

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mostra visitata il 10 gennaio 2009


dal 29 novembre 2008 al 25 gennaio 2009
Political/Minimal
a cura di Klaus Biesenbach
KW – Institute for Contemporary Art
Auguststrasse, 69 (zona Mitte) – 10117 Berlin
Orario: da martedì a domenica ore 12-19; giovedì 12-21; chiuso lunedì
Ingresso: intero € 6; ridotto € 4
Catalogo Verlag für moderne Kunst Nürnberg, € 29
Info: tel. +49 302434590; fax +49 3024345999; info@kw-berlin.de; www.kw-berlin.de

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