Si inizia entrando in un corridoio poco illuminato che gradualmente diventa completamente buio, gli unici elementi che servono per raggiungere l’uscita sono il mancorrente e le voci degli altri “dispersi”. Il corridoio si dipana in un tortuoso labirinto pieno di cambi di direzione dove spesso il mancorrente è interrotto. I
Carsten Holler (Bruxelles, 1961) impiega il pubblico come soggetto dei suoi esperimenti. Si passa dalle tenebre di Choice Corridor alla luce abbagliante di Light Corner, dove 1792 lampadine ad intermittenza, con una frequenza di 7.8 Hz (la stessa dei nostri impulsi per raggiungere il cervello), sono montate su due pareti bianche. Nella retina dello sventurato visitatore si creano così delle immagini allucinogene concentriche e colorate.
Salendo le scale dell’edificio una lunga fila di persone è in attesa di sottoporsi al terzo esperimento di Holler: The Forest. Un paio di occhiali con due monitor LCD, una volta indossati, danno la sensazione di camminare in un bosco innevato. Arrivati davanti ad un albero i due monitor iniziano a proiettare due diverse immagini, come se
All’ultimo piano si arriva di fronte a Black Sphere; una sfera di materiale acrilico e vetro che potenzialmente servirebbe come mezzo di locomozione. Fortunatamente non si può interagire anche con quest’opera… Ma al peggio non c’è mai fine: Slide #6, un tubo metà di acciaio e metà di plexiglass scende giù per la tromba delle scale del ICA come un toboga dei parchi acquatici. Lo stremato visitatore si lancia, ma non sa dove arriverà. L’incertezza della propria fine si miscela alla felicità infantile che si prova buttandosi giù. E alla vista degli altri degli altri visitatori giusto intenti ad iniziare il percorso.
maria consolata lajolo
mostra visitata il 24 gennaio 2003
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Il mio lavoro nasce da una domanda: come dare forma a ciò che non è visibile?
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Mi sembra una bella mostra. Bene.