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Fino al 27.IX.2015 | Joseph Cornell: Wanderlust | Royal Academy of Arts, Londra

di - 16 Settembre 2015
Wanderlust. Molti di noi ne sono affetti: è l’irresistibile impulso di partire, di viaggiare, di girare per il mondo.
Ma cosa c’entra con questo il surrealista della prima ora Joseph Cornell, artista così stanziale che quasi mai si allontanò dal nativo stato di New York? Ce lo prova a spiegare la bella mostra in corso alla Royal Academy di Londra (chi se la perdesse, la potrà comunque recuperare a Vienna durante l’autunno, al Kunsthistorisches).
Partendo da piccoli oggetti, conchiglie, biglie, tappi di sughero, bussole, ritagli di atlanti e di guide turistiche, raccolti e archiviati ordinatamente lungo la sua vita, Cornell diede al suo furore accumulatorio la forma di un universo poetico e sognante molto caratterizzato e solido, a differenza di tanti suoi emuli di oggi, fatto di collage tridimensionali, scatole e piccole vetrine.
Molti di questi giocattoli per grandi – toys for adults li definì qualcuno – rimandano a luoghi lontani che Cornell non visitò mai, come l’Egitto, Napoli, le isole Solomon, e che hanno perciò il fascinoso sapore dell’immaginazione infantile. Basta quindi un frammento di mappa stellare, qualche oggetto, un cassettino pieno di sabbia e piccole sfere per evocare misteriose rotte celesti, in Untitled (Celestial Navigation); oppure l’idea di viaggio può essere richiamata da un pacco ricoperto di francobolli e timbri, dal quale escono suoni di oggetti misteriosi.

La mostra ha un ulteriore motivo di interesse nel suggerire, sempre discretamente, l’importanza di Cornell per alcuni grandi artisti posteriori: impossibile guardare alla ripetizione seriale  della Testa di ragazzo di un seguace di Caravaggio di Untitled (Compartemented Box) del 1954-56, senza pensare a Andy Warhol (che visitò lo studio di Cornell, insieme a James Rosenquist, nel giugno del 1963, un anno prima di iniziare a fare serigrafie seriali); difficile passare davanti ai Multiple Cubes della fine degli anni Quaranta senza farsi venire in mente certe opere di Gianni Colombo o di Sol LeWitt (che infatti lodò Cornell come grande anticipatore). E come non vedere, poi, nelle boccette della vetrinetta Pharmacy del 1943 un possibile spunto dell’opera My Way concepita da Damien Hirst circa cinquanta anni dopo?
Quel senso di dolce malinconia che pare avvertirsi perdendosi tra i lavori di Cornell – quasi che il motivo della sua stanzialità fosse, oltre ai motivi familiari, anche la paura di rimanere deluso da una reale visita in quei luoghi tanto sognati e immaginati – sembra confermarlo Toward the Blue Peninsula: For Emily Dickinson, del 1953, una delle ultime opere esposte. Si tratta di una gabbia di rete metallica bianca, con un’unica apertura sull’azzurro, come una finestra, dedicata alla poetessa che come lui non lasciò quasi mai i luoghi in cui era nata, e che scriveva «It might be easier to fail with Land in Sight – than gain my Blue Peninsula – to perish – of Delight». Potrebbe essere più facile naufragare con la terra in vista – che raggiungere la mia penisola blu – per morire – di gioia.
Mario Finazzi
Dal 4 luglio al 27 settembre 2015
Joseph Cornell: Wanderlust
Royal Academy of Arts, Londra
Burlington House, Piccadilly, London W1J 0BD
Orari: da lunedi a giovedi, sabato e domenica dalle 10:00 alle 18:00, venerdì dalle 10:00 alle 22:00

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