Cartellone stars and stripes sulla facciata della Kunsthalle di Vienna per due esposizioni quasi prive di colore: Raymond Pettibon e Americans. Quest’ultima ci presenta un panorama fotografico americano quanto mai “neo-realistico”, condensato in bianco e nero, con un taglio sociologico a partire dal 1940. Alla ribalta un’epoca e una certa umanità nel suo ambiente, ovvero il mondo dei quartieri poveri, dei sobborghi neri, degli sguatteri, degli umili in cerca di dignità, dei violenti, dei volti inutilmente innocenti, dei drogati, delle prostitute, delle baracche, dei rottami di ogni sorta. C’è tutto il rantolo irritante di un’umanità messa in posa per un’estetica tanto perversa da diventare persino bella. A suo modo, si capisce. E un rantolo che diventa poesia.
Celebri fotografi, centinaia gli scatti di ogni formato, dal piccolo al grande, per questo torbido affresco novecentesco nordamericano, mai così ben definito, mostrato fino alla nausea e riscattato solo sotto forma di immagine da museo. In fondo per lo spettatore consiste proprio in questo la catarsi: uscire da una rappresentazione dolorosa con l’animo rasserenato, ma al tempo stesso arricchito di conoscenza. In mostra si susseguono, tra gli altri, lavori di Diane Arbus, Richard Avedon, Larry Clark, Lee Friedlander, Rosalind Solomon, Ed Templeton e Burk Uzzle.
Come contraltare allora, ecco Raymond Pettibon (Arizona, 1957), maestro americano del genere comics. Dipendesse da lui, c’è da sc
Certamente i personaggi di Pettibon non cercano redenzione –redenzione da cosa? – eventualmente solo evasione, che spesso avviene per mezzo di bestiali Harley Davidson cavalcate per raggiungere una spiaggia californiana. E fare surf cercando di beccare la più grande onda che ti può capitare nella vita.
franco veremondi
mostre visitate il 5 dicembre 2006
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