La sinuosità dei fasci muscolari, la natura cristallina di minerali come l’agata o la malachite, lo skyline di un paesaggio di montagna. E ancora cieli rabbuiati o attutite velature cromatiche, la pittura cinese e quella digitale: queste e tante altre sono le subitanee apparizioni suscitate dalle opere di Bernard Frize. Opere non figurative, che usano in modo spregiudicato la geometria (come nelle poco ortogonali griglie), e che soprattutto giocano sulla combinazione dello spettro cromatico sulla superficie della tela. Quadri stratigrafici che, eleggendo come soggetto esclusivo la pittura stessa, sembrano dotati di una loro autonomia che svuota di senso ogni linguaggio critico – sordo e approssimativo.
Frize ha ben compreso come nello sforzarsi di dare a vedere qualcosa (problema eminente dell’arte visiva) l’ostacolo maggiore non è tanto legato alla natura dell’immagine quanto alla presenza dell’artista, alla sua tecnica, al suo stile e alla sua volontà (di matrice romantica) di espressione e originalità. Fedele al motto duchampiano secondo cui bisogna “dimenticare la mano”, la ricerca di Frize sul medium resta tuttavia caparbiamente interna alla pelle della pittura, volta a raggiungere una neutralità del processo di costituzione d’immagine. Un lavoro che avanza per sottrazioni continue del coefficiente artistico (“less is more”!), un’orchestrazione dell’assenza, una strategia che lascia accadere l’immagine, che fa sì che l’opera si realizzi da sé, come per autogenerazione.
Difficile riassumere la fenomenologia di questo lavoro austero, un fare pittorico che ha a che vedere con la pittura quanto con il pensiero – o meglio con la pittura in quanto pensiero.
riccardo venturi
mostra visitata il 26 giugno 2003
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