Da qualche settimana a questa parte, gli addetti all’arte contemporanea di Londra si sono inventati un nuovo gioco. Forse per distrarsi da pensieri che li rimandano ai propri connazionali in Iraq o forse per mancata ispirazione, curatori ed esperti si cimentano ne “Il gioco delle parole: come abbindolarli con un comunicato stampa”. Le regole sono semplici e stimolanti, create apposta per stuzzicare l’ingegno dei giocatori: data una manciata di artisti i cui lavori hanno poco o, più difficile ancora, niente in comune bisogna, per vincere, inventarsi un filo logico che ne accomuni le opere. L’esca deve essere allettante, deve attirare nella rete il più vasto numero di lettori, anche i più scettici ed informati quindi eliminati i soggetti architettati troppo palesemente…Il risultato deve quindi essere raffinato, ricamato con cura.
La partita di questo mese è stata vinta dai responsabili del Bloomberg Space che con il loro gioiellino Pavilion hanno davvero dimostrato di essere dei campioni. Ecco
Le quattro opere in mostra, tre installazioni e quattro tele unite in modo tale da formare un pannello rettangolare, sono abbandonate a loro stesse all’interno dello spazio espositivo. Una indipendente dell’altra, si sono travate loro malgrado a far parte della stessa esibizione.
Così ci si imbatte dal Non-Stop Amsterdam di Fransje Killaars, un misto tra accampamento di fortuna e fluorescente rifugio post-bellico, a 28 Shapes in Space Painting, lavoro del tanto osannato Peter Davis. Certo, da quando è entrato nella scuderia dell’onnipotente Larry Gagosian, non potrà che diventare prossima stella nel firmamento artistico contemporaneo. Questo lavoro comunque è meno attraente ed infinitamente più banale di Super Star Fucker, tela che lo ha portato al successo facendogli guadagnare una copertina su Flash Art International. Kathrin Böhm tratta due pareti della galleria come se fossero le pagine di un anonimo quaderno di collages. Eppure in Milions and milions “…lavorando con fotocopie colorate e stampe fatte a mano la Böhm trasforma temporaneamente lo spazio. (…) le composizioni si sviluppano organicamente. Selezionate da progetti passati, alcune immagini vengono riciclate ed aggiunte a nuove creazioni.” Debacle, dell’americano Mark Dean Veca, trasporta invece lo spettatore in un’atmosfera dalle caratteristiche splatter. In un contesto diverso, con una illuminazione più appropriata e quel pizzico di extravaganza in più, forse, potrebbe funzionare. Purtroppo non in questo caso.
chiara longari
mostra visitata il 12 aprile 2003
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