Se è vero che l’arte contemporanea sempre più si sposta verso le periferie del mondo, fuori dalla supremazia dell’occidente europeo e statunitense, una conferma arriva senz’altro da questa 23a Bienal Nacional de Artes Visuales della Repubblica Domenicana, ospitata tra agosto e ottobre 2005 al Museo d’arte Moderna di Santo Domingo.
In questa piccola e povera repubblica caraibica le contraddizioni sono l’emblema di una nazione che vive per metà con un piatto di fagioli e riso e per l’altra metà sguazza nel lusso assoluto. Abolite le fasce medie: da una parte i ricchi, dall’altra i poveri. La ricchezza è anche, chiaramente, garanzia di cultura e istruzione. Studiano solo quei pochi che possono permetterselo, per il resto il tasso d’analfabetismo è ancora molto alto. Figuriamoci quanto conta un lusso come quello dell’arte. E invece qui iniziano le sorprese. La Biennale ospita oltre 100 opere disseminate tra sotterraneo, primo e secondo piano. Non occorre un grande sforzo di immaginazione per rintracciare il filo conduttore della maggior parte dei lavori: una chiara critica nei confronti della società domenicana, proprio quella “società bene” che ha probabilmente generato questi stessi artisti.
Una pila di sedie di plastica, opera del Collectivo Shampo, accoglie i visitatori. La “plastica domenicana” è presente ovunque e ovunque resterà per ancora molto tempo: così sta scritto ai piedi delle sedie impilate. Sempre all’ingresso è esposta Areas de Projegida di Palalo Diaz: un video, una grande foto con un tronco d’albero in riva al mare e altre quattro fotografie che ritraggono le fondamenta di quattro grandi costruzioni; accanto, un pannello esprime la più totale disapprovazione per la svendita del suolo domenicano e la cementificazione dilagante che distrugge città , parchi, riserve. Lenin Pianlino muove una forte critica al commercio presentando un enorme codice a barre e dei grandi fusti in metallo con impresse le immagini dei prodotti di importazione ed esportazione della Repubblica Domenicana.
Il piacere dell’ironia anima invece l’opera a sfondo religioso di Miguel Ramirez: un enorme rosario (qui la maggioranza della popolazione è di fede cattolica) formato con palle da baseball (che è lo sport nazionale) e il crocifisso fatto di mazze.
Non tutte le opere però sono a sfondo sociale. L’installazione di Cruz Maria Poter, per esempio, punta sui giochi percettivi e il disorientamento spaziale, con il suo specchio steso per terra che spalanca una profondità illusoria. Fra tutte però, è l’opera di Jorge Pineta, Serie me voi al Sur, a colpire con maggiore incisività . Un bambino resta immobile, contro un angolo, il corpicino piccolissimo, inconsapevolmente tragico: le sue braccia carbonizzate hanno scarabocchiato le pareti, come mozziconi di grafite.
Anche qui, in una terra ai confini, “dall’altra parte del mondo”, l’arte invita a riflettere, a spalancare lo sguardo, a lasciarsi stupire. Riuscendo -ed è questo forse il suo compito più estremo- a far sognare mondi differenti.
rocco rossitto
mostra visitata il 1 ottobre 2005
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