Global Folklore, veduta della mostra, Gallerie Riunite, Napoli, ph. Paolo Vitale
Un ossimoro che costruisce attorno a una contraddizione l’impianto di un progetto artistico. Global Folklore, la mostra a cura di Gabriele Salvaterra, visitabile fino al 24 luglio 2026 alle Gallerie Riunite, a Napoli, prova a tenere insieme due concetti apparentemente distanti. Il folklore presuppone radicamento, specificità culturale, appartenenza a un luogo. Il globale, al contrario, tende a erodere le radici, le specificità, il senso di appartenere a qualcosa che non sia il flusso continuo e indistinto della tecnologia e dell’abbondanza di immagini e informazioni. Eppure, i tre artisti riuniti in Global Folklore, Rovers Malaj, Eliel David Martínez e Francesco Onda, attraverso la loro pittura, provano questo compromesso, ciascuno a modo proprio: situarsi in un punto preciso del mondo, mentre il mondo non smette di scorrere.
Il filo che unisce i tre artisti è anzitutto biografico: tutti e tre si sono formati all’Accademia di Belle Arti di Venezia, sotto la guida di Carlo Di Raco. Il progetto nasce anche come dichiarazione di amicizia: un legame “viscerale”, sottolinea Salvaterra, che va oltre la collaborazione professionale.
L’approdo a Napoli non è una scelta casuale: se Venezia interpreta direttrici Est-Ovest, Napoli diventa simbolo di percorsi Nord-Sud. Le due città portuali si connettono attraverso il mare, autostrada d’acqua, e insieme disegnano la mappa mobile su cui si muovono i tre pittori.
Malaj è nato in Albania nel 1995 e cresciuto nelle Dolomiti, poi formato a Venezia e da lì proiettato in un percorso internazionale fatto di residenze in Giappone, mostre a Bruxelles. Martínez è nato a Oaxaca, in Messico, nel 1998: ha lasciato il Paese, attraversato stati e continenti, costruito autonomamente la propria vita artistica tra il Messico e l’Italia, dove collabora con la Wizard Gallery di Milano e le Gallerie Riunite, e attualmente studia anche cinema a Torino. Onda è nato a Venezia nel 1993, il più “stanziale” dei tre, come scrive Salvaterra. Venezia è però già di per sé una soglia tra mondi, un luogo che non appartiene del tutto né all’Oriente né all’Occidente.
Le opere di Rovers Malaj si riconoscono immediatamente per la dominante cromatica: un rosa pervasivo, filtrante e carnale al tempo stesso, applicato come schermo su scene di competizioni assurde davanti a pubblici affollati, corridori eccentrici su marchingegni vagamente steampunk. Scene che potrebbero essere ambientate a metà dell’Ottocento, in Oriente, o oggi, ovunque.
Malaj sceglie e modifica accuratamente le immagini di partenza per renderle il più possibile aperte, ironiche, senza riferimenti situazionali riconoscibili. Globali perché non appartengono a nessun luogo preciso; folkloriche perché evocano ritualità comunitarie laiche. Dai carri di Carnevale alle gare di paese con tutta la loro partecipazione e concitazione.
Il rosa, colore maschile fino agli anni Cinquanta, poi ribaltato nella sua funzione di marcatore di genere, storicamente fastidioso nella sua piacevolezza, diventa la cifra personale dell’artista, il termometro emotivo che si accende automaticamente su ogni scena.
Le opere di Eliel David Martínez portano in mostra i colori della sua terra d’origine: l’arancione, il giallo, il rosso terroso di Oaxaca, ibridati con le tonalità più fredde, il viola e il rosa, che rimandano all’Italia e all’Europa. Supporti sagomati, arazzi con trasparenze, inserti di animali e vegetali che fanno capolino nelle composizioni: un lavoro che abbraccia l’aspetto decorativo della forma e del colore come strumento capace di attrarre anche chi all’arte contemporanea istituzionalizzata non è abituato.
Martínez porta nella propria pratica una convinzione esplicita: che l’essere umano sia per natura migrante e solo artificialmente stanziale. Tentare di convincere la volpe e l’edera che su quel pezzo di terra corre un confine è, nella sua visione, tanto inutile quanto la pretesa di un’identità culturale pura e non contaminata. La sua pittura, e le azioni relazionali che spesso la affiancano, dalle cene alle tavole imbandite, raccontano questo stare al mondo in continuo mutamento, con ottimismo lucido, senza ingenuità.
Le scene di Francesco Onda sono liquide, pervase da grigiori e oscurità, in cui figure appena abbozzate si muovono in spazi che potrebbero essere cantine, parchi, stanze condivise. Universi giovanilistici e sottilmente bohémien, carichi di atmosfere cinematografiche. Onda costruisce le immagini a partire da spezzoni di film o da momenti del proprio quotidiano, ma le ferma sempre un attimo prima o un attimo dopo che accada qualcosa di esplicito. Lo spettatore capisce che sta succedendo qualcosa; non riesce a capire esattamente cosa.
Le figure nelle sue tele sembrano consapevoli di essere guardate: nel loro modo di porsi, apparentemente casuale, presuppongono il nostro punto di vista. È un meccanismo che Salvaterra descrive come parallelo a quello della globalizzazione stessa: si osserva sullo schermo della pittura qualcosa che non si comprende fino in fondo, ma di cui si intuisce già che avrà effetti sul proprio vivere. Un rapporto tra particolare e generale che non si risolve mai e non è necessario in effetti che accada.
Quello che accomuna i tre, al di là delle differenze di stile e di biografia, è la scelta del mezzo: la pittura, linguaggio adattabile e polisemico, che Salvaterra descrive come un «Canale internet analogico fatto di tessuto, carta, legno, pigmenti». In un’epoca in cui l’ubiquità ha reso la nozione stessa di folklore quasi nostalgica, i tre artisti di Global Folklore scelgono di situarsi su quel limite instabile tra passato sedimentato e presente continuo, tra la terra che si calpesta e il flusso mediale che attraversa senza punti di partenza né di arrivo.
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