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fino al 5.I.2004 | Roni Horn | Parigi, Centre Pompidou

di - 6 Novembre 2003

La storia dell’arte – come tutte le discipline che hanno segnato il percorso della modernità – si avvale di alcune parole magiche per delimitare e comprendere se stessa. Il loro campo d’azione è tanto generico quanto oscuro nelle sue implicazioni teoriche, la loro validità è fuori discussione e la loro ricorrenza esime di per sé da ulteriori analisi.
Una delle parole più utilizzate -nella pratica artistica quanto nel linguaggio critico- è quella di ‘disegno’, inteso come tecnica di elaborazione di immagini ma soprattutto come paradigma, principio uniformatore su cui le varie discipline artistiche si fondano. La sua genealogia si confonde con quella di Idea, almeno a partire dal Vasari delle Vite e dell’Accademia del Disegno di Firenze (1563), per evocare un precedente gravido di conseguenze. E’ il portato di questa tradizione che Roni Horn (New York, 1955) eredita, indaga e apre verso nuove possibilità.
I Pigment drawings sono il risultato di un lungo processo di realizzazione: l’artista applica dei pigmenti rossi direttamente su fogli bianchi, che poi taglia a strisce con un rasoio e ricompone nel corso di mesi, accostando ritagli – come tessere musive – provenienti da disegni differenti. La composizione spaziale si impone da sé con il sedimentarsi del tempo. Il risultato visivo fa pensare ai zampilli di lava di un vulcano in eruzione, stesi su un supporto che porta in superficie i segni della lavorazione: non solo i tagli ma anche una serie di annotazioni a matita stese come su un tavolo da lavoro. Tuttavia non si tratta, come potrebbe sembrare, di un lavoro affidato al caso o all’inconscio. Roni Horn intende dissociare il disegno dall’immagine senza abbandonarsi alla rêverie surrealista, alle libere associazioni, alla visionarietà che ispessisce la percezione: per l’artista (vicina, non dimentichiamolo, a Robert Ryman) il disegno resta un fatto di coscienza.
Una coscienza legata ad un’esperienza tattile e sensoriale delle immagini ma nondimeno affilata come un rasoio. Per questo è pertinente il riferimento alla stratificazione storica della parola magica ‘disegno’, alla rivisitazione del gesto che traccia linee su un supporto, alla mano che esegue il programma di trascrizione del reale. Quello di Roni Horn è al contrario un disegno poco pittorico, che si configura piuttosto come una sintassi: “comincio con il linguaggio e finisco per ritrovare il visivo”; “il mio lavoro vero e proprio è forse quello di coniugare verbi”; “l’uso del linguaggio mette in gioco l’atto del disegnare”. I risultati più interessanti sono a nostro avviso legati alle serie Clownpout e Clowndoubt, disegni fotografici (già esposti a Parigi) che, tecnicamente lontani dalle vivaci composizioni fotografiche di David Hockey, seguono lo stesso procedimento tecnico dei disegni attraverso il montaggio di un set di foto dello stesso soggetto. Nel ricomporre il volto disarticolato ed evanescente di un clown Roni Horn riattualizza e reinventa un genere e una vecchia pratica con nuovi materiali e contenuti, finché la tensione visiva che ne scaturisce si fa psicologica davanti agli occhi dello spettatore.

riccardo venturi
mostra visitata il 2 ottobre 2003


Roni Horn, Centre Pompidou (place Georges Pompidou, 75004 Parigi, M°Rambuteau, info (0033) 01 44 78 12 33, www.centrepompidou.fr ), tutti i giorni dalle 11 alle 21; chiuso il martedì. Catalogo in libreria. Dal 1 ottobre al 5 gennaio

[exibart]

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