Quando si parla di Yves Klein (1928-1962), viene subito in mente quella particolare tonalità di blu che porta il suo nome (IKB: International Klein Blue). Una mostra al Centre Pompidou raggruppa 120 pitture e sculture, una quarantina di disegni, film e fotografie d’epoca, cercando di ampliare la conoscenza dell’artista, noto soprattutto per i celebri monocromi blu, rosa e oro.
Scopo dell’esposizione è di raccontare la rivoluzione portata da Yves Klein nel campo dell’arte, in particolar modo durante i cinque ultimi anni della sua vita: dal 1957 al 1962. “La mostra fa leva sugli scritti lasciati da Klein, cercando di mettere insieme i pezzi sparsi della sua opera, insistendo sulla parte immateriale del suo lavoro” dichiara la curatrice Camille Morineau.
Morto a Parigi nel 1962 per una crisi cardiaca a soli 34 anni, ma già molto noto, Klein ha nondimeno avuto il tempo per sperimentare ogni mezzo espressivo, fino a collaborare a progetti di architettura e persino a ricerche scientifiche. Non solo pittura e scultura dunque, ma anche performance e interventi in spazi pubblici: Klein era un professionista dell’immagine e degli happening. Diventare un reporter era stato uno dei suoi sogni, e quando organizzava un evento importante, informava preventivamente la stampa. La sua dimestichezza con lo spettacolo e la pubblicità di sé lo ha fatto paragonare a Salvador Dalì, con il quale condivideva anche un certo modo ricercato di vestire, da dandy, atteggiamento che gli costò –tra i contemporanei- un giudizio non sempre positivo.
Grande sperimentatore di nuove tecniche e linguaggi, appassionato di cultura orientale e maestro di judo, Klein aveva sognato di dipingere di blu l’obelisco di Place de la Concorde a Parigi: tributo accordatogli postumo dalla capitale francese in occasione della notte bianca di quest’anno (7 e 8 ottobre 2006)
I suoi assemblaggi e le sue sculture in spugna sono una metafora dell’arte. La spugna s’impregna di colore e impregna la materia: da semplice strumento di lavoro diventa un’opera a sé, capace di assorbire e trasmettere emozioni. Klein sosteneva infatti che i visitatori, di fronte ai suoi monocromi, “dovevano essere totalmente impregnati di sensibilità, come delle spugne”.
La mostra al Pompidou si snoda intorno ai tre colori leitmotiv di Klein: il blu, l’oro e il rosa –elencati in quest’ordine, nei suoi scritti– e presenti contemporaneamente in un’opera esposta nell’ultima sala: un ex voto sotto forma di trittico che l’artista, molto cattolico, ha dedicato al convento di Cascia in onore di santa Rita. La scatola in plexiglas, che contiene dei pigmenti blu e rosa, delle foglie e dei minuscoli lingotti in oro, insieme ad una preghiera scritta a mano, venne rinvenuta nel 1979, in occasione di un terremoto.
Diverse Antropometrie sono esposte in questa retrospettiva. Si tratta di un termine coniato dal critico Pierre Restany per designare la tecnica dei “pennelli viventi” di Klein (da anthropos: uomo in greco e metria: misura): durante performance pubbliche i corpi dei modelli, coperti di colore, venivano applicati sulla tela, creando delle figure.
Ci-gît l’espace, qui giace lo spazio, è invece un pannello in legno di grandi dimensioni (cinque metri per quattro e mezzo), nel quale sono inseriti dei petali d’oro, una corona di spugna IKB e un mazzo di fiori artificiali. Una sorta di monumento funerario che sembra prefigurare la morte prematura dell’artista.
consuelo valenzuela
mostra visitata il 5 ottobre 2006
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