Il Reina Sofía ha una politica dedicata alla ricezione estiva che poco ha a che vedere con le presunte capitali italiane dell’arte contemporanea. Lo dimostrano la personale di Julian Schnabel nel padiglione Velazquez e le cinque temporanee allestite in sede: Dalí e la cultura di massa, che ovviamente ha attirato l’attenzione di buona parte del pubblico spagnolo, le personali di Cecily Brown, Javier Campano e Lichtenstein, infine la collettiva sui Monocromi.
La scelta curatoriale è coraggiosa, poiché solo una piccola sezione è cronologica. La parte più cospicua raccoglie invece i lavori secondo la lapalissiana suddivisione cromatica: nero, rosso, blu, oro, argento, bianco… Chiudendo con “La luce. Il movimento”. La mostra ha pochi precedenti, se si eccettua quella di Leverkusen risalente al 1960; ma in questo caso sono stati chiamati in causa 78 artisti, per un totale di circa 90 lavori. Se non mancano gli antecedenti storici, come Malevich o Monet, la ricerca si rivolge principalmente all’ultimo mezzo secolo. La tesi che sostiene il progetto è che il monocromatismo “si nutre di due fonti”, cioè il mistico e il concreto, la ricerca dello spirituale e il materialismo dialettico. In ogni caso, si tratta della “forma più radicale che può adottare la pittura”. In fondo, questo forse avviene proprio perché può scaturire da intenti opposti e mirare a obiettivi antinomici. Può ricercare la massima luce o l’oscurità più implacabile, e ciò non è necessariamente legato all’utilizzo del bianco e del nero.
Per aiutarci a comprendere l’ambiguità della scelta monocromatica, pensiamo agli esiti paradossali di due diverse mistiche. Da una parte può essere ricercata una comunione col divino che annulla l’individualità, conducendendo a un’astrazione asessuata. Dall’altra, e col medesimo intento, si può giungere al premio supremo del proprio sforzo individuale, in un’estasi che è assai sensuale, come narra Teresa d’Avila. Fuor di metafora, paiono incommensurabili i lavori come Abstract Painting (1962) di Ad Reinhardt, nera campitura a olio, e Abakan Red (1969) di Abakanowicz, enorme e voluttuoso panneggio. Allo stesso modo, come paragonare il contorcimento lacoontiano di Untitled (Male Torso That Left His Path) (1993-95) di Chakaia Booker coi monoliti in vetroresina di John McCracken? O ancora il vitalismo del Monochrome bleu IKB 181 di Yves Klein con la patina dorata sindoniana del Sans titre di Simon Hantaï?
Quel che allora pare essere il compito affidato allo spettatore consiste non tanto nel documentarsi sugli intenti dei singoli artisti. Bensì, di optare per una propria individuale ricerca che conduca all’esito monocromatico. Immaginando un percorso che con ogni probabilità permetterà di trovare un compagno di viaggio nel corso della deambulazione fra le opere magnifiche esposte a Madrid.
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