L’artista albanese lavora su musiche e suoni come risposte ad un luogo, nel senso che filma l’influenza acustica dell’architettura di un luogo nella narrazione. Così è stato per il mitico sito azteco di Tlatelolco dove ha avuto luogo l’ultima battaglia tra gli Aztechi e conquistatori, ma anche le rivolte studentesche del ’68 represse sanguinosamente: luoghi di rottura storica che diventano in Sala siti di rottura musicale. In Extended Play gli attori non parlano ma si rivelano attraverso la musica, come musicisti, oppure come la donna che attraversa una Sarajevo semi deserta e che diviene lo strumento stesso. Le scene che, frammentate, costringono lo spettatore a spostarsi da uno schermo all’altro, sono accompagnate da Doldrums: opera composta da dieci rullanti Brady, equipaggiati di treppiedi e stecche azionate da un dispositivo elettronico, che prendono vita in maniera intermittente. È presente una vera chicca, una scultura quasi impercettibile, intitolata No Window No Cry, composta da una bolla fusa in una vetrata che contiene una piccola scatola musicale che riproduce una versione semplificata del singolo Should I Stay or Should I Go.
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