Un’infilata di immagini senza pannelli esplicativi, l’esposizione parigina di Renè Magritte (1898-1967) ci guida nel suo mondo. E lo fa sia attraverso le opere-cartolina (indelebilmente impresse nella nostra memoria) sia attraverso la pittura dalla texture approssimativa del periodo impressionista e vache (presa in giro del Fauvismo) degli anni Quaranta. Le faux miroir (1928) è il titolo di un’opera in cui campeggia un occhio enorme la cui pupilla è attorniata dal tipico cielo celeste con le nuvole ben tratteggiate. L’occhio è una membrana fra l’esterno e l’interno, fra percezione e immaginazione, fra gli oggetti della realtà e il pensiero che li elabora. Un dispositivo che registra l’esperienza, come suggerito dal titolo, in modo infedele e
I surrealisti volevano portare sulla superficie della tela le immagini dell’inconscio; al contrario la natura cristallina del pensiero di Magritte fa sì che tutto accada sotto la luce del giorno (persino la notte, come ne L’Empire des lumières).
All’artista belga – in questo riconoscente verso de Chirico – interessa non il come ma il cosa si dipinge; non l’elaborazione di tecniche e stili innovativi (è il caso della fucina pittorica del vulcanico Max Ernst) che fa emergere l’inconscio, ma la scelta di oggetti comuni e quotidiani (Magritte pop?). Oggetti tanto familiari quanto straniante risulta il loro accostamento: un leone, un busto di marmo, un basso tuba, una sfera che galleggia nell’aria, una pietra dalle sembianze organiche. Ecco il paradosso, nelle parole di John Berger (Sul guardare, Bruno Mondadori 2003): “per distruggere un’esperienza
Un alfabeto visivo che non costituisce un mondo di simboli, consci o inconsci. Nei suoi scritti – unica didascalia possibile alla sua opera – Magritte si è sempre opposto ad una sua lettura simbolica, che legittima l’ineludibile domanda “che cosa significa?”. Nessun rimando ad un orizzonte di senso che dissiperebbe l’oscurità: a mostrarsi non è nient’altro che la nuda presenza degli oggetti, la loro muta apparizione e compresenza, colma di mistero. Un mistero prezioso, che resiste ad ogni tentativo di spiegazione e che si può soltanto mettere in mostra. Come su un palcoscenico, al punto che le scene esterne somigliano a fondali scenografici, con tanto di tenda spesso dipinta da Magritte a far da sipario alle immagini – immagini alla ribalta.
articoli correlati
Presentata in Campidoglio la grande mostra di Magritte
Magritte, la storia centrale. Al Vittoriano di Roma
Max Ernst e i suoi amici surrealisti
link correlati
Sito della mostra
riccardo venturi
mostra visitata il 27 maggio 2003
Partita dall'ecosistema unico delle Azzorre, la ricerca di Silvia Mariotti è in mostra a villa Rivafiorita, a Fermo: tra fotografia,…
Durante la settimana inaugurale della Biennale di Venezia, la camera dell'Hotel Metropole dove Freud scrisse L'interpretazione dei sogni ospiterà una…
Con un progetto pop up di dieci giorni, Spazio Morgagni porta Man Ray in un caratteristico barbiere milanese degli anni…
A cosa pensiamo quando parliamo di “smart agriculture”? L’indagine dell’artista cinese esplora i cambiamenti in atto nel rapporto tra lavoro…
Il Turner Prize 2026 annuncia i quattro finalisti: Simeon Barclay, Kira Freije, Marguerite Humeau e Tanoa Sasraku. La mostra al…
Nella project room della galleria Mondoromulo, a Benevento, una mostra condivisa di Vincenzo D’Argenio e Fabrizio De Cunto affronta il…