A Lodi uno spazio espositivo diventa un laboratorio per fare arte con ragazze con l’Asperger

di - 21 Marzo 2025

Viviamo in un mondo che ancora fatica a comprendere la neurodivergenza, incatenato a narrazioni stereotipate che riducono l’autismo a una condizione da decifrare, più che da ascoltare. E se, in termini di ricerca scientifica, analizzare le dinamiche e i meccanismi biologici e funzionali alla base di questa realtà è essenziale, risulta spesso più difficile andare oltre dati, definizioni ed etichette e mettersi in ascolto. Cosa accade, infatti, quando sono le persone nello spettro a raccontarsi, senza filtri né mediazioni? E se l’arte diventa lo strumento per dare forma a questi pensieri e vissuti, spesso taciuti?

Il progetto Aspie Girls nasce proprio da questa esigenza: rompere il silenzio e dare voce a un gruppo di otto adolescenti tra i 14 e i 17 anni che hanno ricevuto una diagnosi di disturbo dello spettro autistico ad alto funzionamento, comunemente noto come Sindrome di Asperger, offrendo loro uno spazio in cui raccontarsi attraverso il disegno e la scrittura. Nella dimensione intima e relazionale degli incontri, si svela un universo di idee vivide, intense emozioni e lucide consapevolezze.

Le attività si sviluppano come un percorso di esplorazione e narrazione, in cui l’arte diventa il mezzo attraverso cui le partecipanti possono dare voce alla propria esperienza. Con la guida dell’artista Roberto Alfano e il supporto dello staff sanitario, le ragazze si confrontano su aspetti centrali della loro quotidianità: il rapporto con sé stesse e con gli altri, le sfide legate al pregiudizio, la costruzione di un’identità libera da etichette imposte. Disegni, testi e altri strumenti espressivi diventano tasselli di una storia collettiva, trasformando il laboratorio in un luogo di autenticità e riconoscimento. Questo materiale, poi, prenderà nuova vita attraverso la digitalizzazione, a cura dell’artista, confluendo in un’animazione e in una pubblicazione che restituiranno al pubblico la ricchezza delle loro voci, senza filtri né semplificazioni.

In questo contesto, il ruolo dell’artista si trasforma: non è più creatore isolato, ma attivatore, testimone e co-creatore di un processo che supera il gesto individuale artistico per diventare esperienza collettiva. Attraverso il dialogo e la condivisione, Aspie Girls non solo abbatte il pregiudizio, ma traccia un nuovo modo di intendere la neurodivergenza, restituendole la complessità e la dignità che merita.

Il progetto è realizzato con il supporto dell’associazione Platea | Palazzo Galeano e con il contributo dell’UONPIA dell’ASST di Lodi, che garantisce la presenza di terapisti e psicologi, insieme al sostegno della Fondazione Comunitaria della Provincia di Lodi e del Soroptimist International Club di Lodi e i prodotti artistici, un’opera d’arte multimediale e una pubblicazione dedicata, saranno presentati il 2 aprile 2025, Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo.

Abbiamo intervistato proprio uno dei protagonisti dell’iniziativa, Roberto Alfano, artista multimediale, specializzato nell’ideazione e conduzione di laboratori artistici esperienziali che ci porta dentro il cuore del progetto, tra le sfide, le rivelazioni e la potenza trasformativa dell’arte.

Come è nata l’idea di Aspie Girls e cosa ti ha spinto a lavorare con adolescenti nello spettro autistico?

«Il progetto nasce dalla volontà della Uonpia di Lodi, in particolare dall’equipe del Nucleo Funzionale Autismo, in seguito al numero sempre più crescente di diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico. Ho accolto l’invito della Uonpia e di Platea perché il lavoro nell’ambito del disagio psico-fisico e sociale è da molti anni parte integrante del mio percorso artistico. Inoltre, a differenza di altri contesti, questa è la prima volta in cui mi trovo a lavorare con un gruppo di sole ragazze, su temi che spaziano dai pregiudizi sulla neuro-divergenza all’identità di genere».

Quali sono gli obiettivi principali del progetto e che tipo di impatto speri possa avere sulle partecipanti?

«C’è un obiettivo focale: raccontare e quindi divulgare il pensiero di alcune giovani adolescenti in relazione allo stigma legato alla neuro-divergenza. Spero che il progetto abbia una ricaduta sulle persone che si relazionano con le ragazze nella quotidianità. Il gruppo sta lavorando molto bene, è aperto e carico di contenuti, con una capacità d’analisi della realtà che in è certi momenti spiazzante».

Come si svolgono concretamente gli incontri e quali strumenti artistici vengono utilizzati per favorire l’espressione personale?

«Gli incontri sono innanzitutto un momento di confronto e scambio, in cui emergono contenuti legati ai vissuti delle ragazze. Da questi contenuti stiamo elaborando una storia che confluirà in una pubblicazione e in una breve animazione. Gli strumenti, quindi, sono prevalentemente quelli relazionali applicati al disegno e alla scrittura».

C’è stato un momento in cui una delle ragazze ha espresso qualcosa che ti ha fatto vedere il mondo in modo diverso?

«Ad ogni incontro succede qualcosa d’illuminante. Queste ragazze sono persone che sanno brillare in modo intensissimo. C’è questa frase che mi ha colpito molto, che è emblematica del pensiero delle ragazze: “L’autismo non è una fase passeggera, non è una moda, non è una malattia, non è un raffreddore. L’autismo non è una volontà, nasci e muori così”».

Come cambia il tuo ruolo di artista quando lavori in un contesto così intimo e relazionale?

«Cambia drasticamente rispetto al peso dell’ego. Il lavoro nel sociale vive di scambio diretto e di ascolto dell’altro, questo ci permette di approfondire valori relazionali che sono un’apertura netta ad una dimensione di scambio trasversale ed esteso, quindi inclusivo in senso ampio. Se in questo processo il veicolo è la pratica dell’arte, il nostro patrimonio artistico rinvigorisce di un rinnovato senso di contemporaneità».

Raccontaci di più.

«In qualità d’artista, intrecciarsi con queste realtà (come attivatore, osservatore o fruitore) valorizza la ricerca in termini di contenuti e sposta la pratica artistica da un fulcro autoreferenziale e speculativo ad un’apertura indirizzata ad essere comunità. Il lavoro nel sociale è un monito che ci ricorda l’ingombro dei nostri ego».

Qual è la sfida più grande nel tradurre le esperienze personali delle partecipanti in un’opera collettiva?

«La sfida è quella di portare le persone che incontreremo lungo il nostro percorso ad una percezione nuova della neuro-divergenza, cercando di scavare la superficie dello stigma, per farne emergere tutto ciò che non è pregiudizio».

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