L’arte anomala e autonoma di Sally Gabori alla Fondation Cartier di Parigi

di - 19 Luglio 2022

Il termine “aborigeno” nei paesi occidentali ha risonanze complesse ed è soprattutto legato a processi di rimozione più o meno consapevoli. In Australia è stata adottata una soluzione scaltra per attutire l’impatto del negativo bilancio storico sulla colonizzazione, con la promozione negli ultimi decenni della cultura degli aborigeni (qui scrivevamo della proposta della costruzione di un nuovo centro per la cultura indigena da 228 milioni), tanto da appropriarsi del tutto della definizione “aboriginal art”, facendola diventare sinonimo di “arte australiana”, ignorando e svilendo la creatività degli inuit, degli amerindi e delle altre comunità originarie ancora superstiti sparse nel globo.

La promozione e le valorizzazione sul mercato dell’arte con la diffusione di una vasta produzione certo suggestiva, connotata da stilemi riconoscibili, ripetizione di simbologie ancestrali e colori naturali ha pacificato le coscienze. Il lontano passato di sterminio delle popolazioni “primitive” preesistenti alla colonizzazione e il più recente processo di isolamento, di ghettizzazione e di inefficaci tentativi di integrazione delle superstiti comunità vengono ora stemperati dall’esaltazione dei valori culturali autoctoni reinterpretati da artisti di più o meno grande personalità.

L’esodo

In questo panorama iconografico caratterizzato come una scuola, una cultura, alla Fondation Cartier di Parigi compare, portata per la prima volta fuori dall’universo australiano e dai suoi principali musei, l’opera anomala di Sally Gabori un’artista dai connotati straordinari; a partire dal suo nome aborigeno impronunciabile Mirdidingkingathi Juwarnda derivante dalla tradizione del suo popolo kaiadilt che vuole che il nome ricalchi il luogo di nascita, per lei Mirdidingk un’insenatura a sud dell’isola di Bentinck nel golfo di Carpentaria al nord dell’Australia, e rievochi il totem ancestrale legato alla sua nascita, per lei il delfino juwarnda.

View of the exhibition, Mirdidingkingathi Juwarnda Sally Gabori, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris, 2022. Picture Thibaut Voisin

E che questa nascita sia avvenuta intorno al lontano 1924 in una piccola comunità quasi del tutto isolata (all’inizio degli anni Quaranta erano poco più di un centinaio) che parla una propria lingua il kayardilt e dove lei e la famiglia vivono delle risorse naturali dell’isola sono gli elementi chiave della sua vicenda e della formazione della sua personalità.

Sally era responsabile della pesca, delle trappole per i pesci pietra che costeggiano le coste dell’isola e della tessitura di cesti di fibre naturali, perlomeno fino al 1948 quando i missionari presbiteriani riescono a evacuare l’ultima sessantina di residenti – dopo trent’anni di vani tentativi – a seguito di un ciclone e di uno tsunami che aveva inondato gran parte della loro terra e contaminato le riserve di acqua dolce.

Al loro arrivo nella missione presbiteriana sull’isola di Mornington i kaiadilt vengono ospitati in accampamenti sulla spiaggia, i bambini separati dai genitori e alloggiati in dormitori con il divieto di parlare la loro lingua materna, recidendo così ogni legame con la loro cultura e le loro tradizioni. Questo intervento “umanitario” di salvataggio e di “civilizzazione” non fu di breve durata perché si trasformò in una vera e propria prigionia/esilio per quarant’anni.

Il ritorno a casa e la scoperta della pittura

E questa sarebbe stata la storia di Sally Gabori se negli anni ’90, dopo decenni di battaglie civili per ottenere il riconoscimento dei diritti territoriali aborigeni, la legislazione australiana cominciando a riconoscere il diritto dei kaiadilt alla loro terra, non avesse istituito in quella piccola isola di Bentinck un piccolo avamposto, per consentire ai kaiadilt che lo volessero, e tra questi Sally, di rivedere i loro luoghi natali.

View of the exhibition, Mirdidingkingathi Juwarnda Sally Gabori, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris, 2022. Picture Thibaut Voisin

Nei luoghi ritrovati lei inizia una nuova vita; ricostruisce il senso della sua memoria e nel 2005, a più di 80 anni, scoprendo la pittura, Sally comincia a rappresentarla. I luoghi della sua isola natale, lasciati da quasi quarant’anni, compongono un immaginario con un orizzonte illimitato, storie e riferimenti a luoghi e paesaggi dai profondi significati per lei, la sua famiglia e la sua gente. Straripando dalla tradizione iconografica kaiadilt, i dipinti di Sally rivelano un’impressionante libertà formale, ispirata dalle infinite variazioni di luce sul paesaggio causate dal clima impetuoso e mutevole del golfo di Carpentaria ma anche intrisa della violenza subita nelle lotte politiche per il riconoscimento dei diritti degli aborigeni sulla loro terra.

La mostra alla Fondation Cartier

Durante i nove anni della sua attività artistica fino alla sua morte nel 2015 Sally Gabori ha dipinto freneticamente, come appare in una foto che la ritrae quasi come parte dell’opera su cui sta lavorando, all’incirca 2000 opere sperimentando diversi modi dell’espressione pittorica come in una lotta contro il tempo. Aveva iniziato su tele di piccolo formato, con pennelli sottili e colori non diluiti e dal 2007 cambia scala per produrre tele monumentali lunghe fino a sei metri, affermando tutto il vigore del suo gesto e l’audacia nell’uso del colore. E queste grandi tele sono presentate nella mostra e allestite con grande acutezza negli spazi della Fondation Cartier come immersi nella natura.

iew of the exhibition, Mirdidingkingathi Juwarnda Sally Gabori, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris, 2022. Picture Thibaut Voisin

Opere, apparentemente astratte combinazioni di colori, giochi di forme, sovrapposizione di superfici, hanno invece una capacità evocativa concreta che nell’allestimento del piano interrato rievocano senza esitazione l’impatto avvolgente della sala delle ninfee all’Orangerie. In quel salone la magia della continue sottili variazioni derivanti dalle modificazioni della luce naturale sulle tele di Monet qui è data dall’esplosione dei colori che rappresenta una natura forte, incontenibile e ancora incontaminata che sembra muoversi e agitarsi sotto i nostri occhi.

View of the exhibition, Mirdidingkingathi Juwarnda Sally Gabori, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris, 2022. Picture Thibaut Voisin

Nella mostra vengono proposti anche tre grandi dipinti, eseguiti coinvolgendo le sorelle e i nipoti tutti nati sull’isola di Bentinck prima dell’esodo forzato, che sono un tenero e commovente omaggio alle tecniche rappresentative pittoriche tradizionali della sua terra.

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