Calder with Giraffe, Roxbury, 1941. Photograph by Herbert Matter © 2022 Calder Foundation, New York
Figura chiave dell’arte del Novecento, Alexander Calder ha cambiato radicalmente il modo di intendere la scultura, introducendo movimento e leggerezza come principi formali fondativi del suo linguaggio. Nato negli Stati Uniti ma profondamente legato all’Europa, Calder ha dato vita a un linguaggio immediatamente riconoscibile e ancora sorprendentemente attuale. Dal 15 aprile al 16 agosto 2026, la Fondation Louis Vuitton di Parigi dedica all’artista la grande retrospettiva Calder. Rêver en Équilibre, celebrando il centenario dall’arrivo di Calder nella capitale francese e i cinquant’anni dalla sua scomparsa. I mobili di Calder – che fluttueranno all’interno dell’architettura di Gehry – trasformeranno la mostra, a detta della stessa Fondazione, in una coreografia spaziale.
La mostra parigina offrirà un’occasione per rileggere la parabola artistica dell’artista statunitense nella sua interezza, partendo proprio da una delle opere più iconiche della sua produzione: il Cirque Calder, una rappresentazione in miniatura di un circo, realizzato con legno, fil di ferro e stoffe, che arriverà direttamente dal Whitney Museum di New York. Circa 300 opere in mostra: stabiles e mobiles, ritratti in filo metallico, figure in legno intagliato, dipinti, disegni e persino gioielli, costituiranno un vero e proprio percorso cronologico attraverso gli oltre 3mila metri quadrati di spazio espositivo.
In attesa della mostra, ecco cinque cose da sapere su Alexander Calder.
Nato nel 1898 in una famiglia di artisti della Pennsylvania, Calder si formò inizialmente come ingegnere meccanico, laureandosi allo Stevens Institute of Technology. Solo in un secondo momento – e solo dopo aver svolto le più varie professioni legate al suo titolo – si dedicò all’arte, portando con sé una mentalità tecnica che avrebbe segnato tutta la sua produzione. Equilibrio, peso, tensione e struttura divennero per l’artista mezzi di espressione ma anche questioni concrete, affrontate con un rigore progettuale che sorprendente si lega alla libertà formale.
Tra il 1926 e il 1931, Calder realizzò un circo in miniatura composto da figure in filo di ferro, stoffa e materiali di recupero, che animava personalmente davanti al pubblico. Lontano dall’essere un divertissement, il Circo Calder fu una forma di performance ante litteram, che legava gesto, tempo e movimento fino a renderli parte integrante dell’opera.
A battezzare le sue celebri sculture sospese fu Marcel Duchamp, nell’autunno del 1931. Duchamp colse l’ambiguità di queste opere, che sono al tempo stesso oggetti e movimenti, e le ribattezzò con il termine “mobili”, una parola francese che si può rendere in italiano come “moventi”, alludendo insieme al moto ma anche alla motivazione. Jean Arp, per contrasto, introdusse il termine “stabili” per indicare le sculture non cinetiche di Calder. Una distinzione linguistica che definisce la scultura di Alexander Calder ma ne sottolinea anche una classificazione che non tiene conto solamente della forma, ma del rapporto delle opere con il movimento e con lo spazio circostante.
Nella Parigi tra gli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, Calder entrò in contatto con artisti come Duchamp, Arp, Mondrian e Miró, assorbendone gli stimoli e traducendoli nel suo linguaggio. Tuttavia, l’artista sviluppò uno stile immediatamente riconoscibile, fatto di equilibrio e leggerezza. Nel 1930 si avvicinò all’Astrattismo e nel 1931 si unì al gruppo Abstraction-Création.
Calder fu tra i primi a introdurre il movimento reale nella scultura, affidando le sue opere a forze naturali come l’aria e la gravità. A partire dagli anni Cinquanta, l’artista cominciò a lavorare anche su scala monumentale, realizzando grandi opere per spazi pubblici in Europa e negli Stati Uniti. Tra queste, La Spirale per la sede dell’UNESCO a Parigi, Trois disques per l’Expo 1967 di Montréal, 125 per il JFK Airport di New York ed El Sol Rojo, la più alta scultura mai realizzata dall’artista, concepita per i Giochi olimpici di Città del Messico.
In Italia è presente un’unica opera monumentale di Calder, Teodelapio, installata a Spoleto nel 1962 e donata alla città in occasione della mostra all’aperto Sculture in città, per il Festival dei Due Mondi.
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