Verdiana Bove, Foto Francesca Pascarelli
Il tessuto della pittura di Verdiana Bove è un ordito in tensione fra la luce e l’ombra, la materia piena e il vuoto, la memoria e l’oblio. Lo sguardo dell’artista si posa sulla classicità e su maestri ideali, da Mark Rothko (con il quale condivide la concezione dell’arte come espressione di trascendenza primordiale, di attesa dell’Assoluto) a Gerhard Richter (da cui mutua la fotografia non più semplicemente come un promemoria, un aide-mémoire, ma in quanto soggetto e insieme oggetto di quadri che rappresentano la traduzione da un mezzo espressivo all’altro). Ne derivano figure, luoghi e cose suggeriti dalle fotografie degli album di famiglia, ma scuoiati da ogni artificio e retorica dell’immagine, immersi nella quiete ambigua di un tempo indefinito.
È un dipingere su tela con delle basi a gesso piegando ogni elemento ai suoi motivi interni. È un escavo interiore, solitario e turbato, dai contenuti autobiografici e memoriali, nel mondo degli affetti radicali. Un processo compiuto incedendo in una materia densa di stratificazioni, corrosa di velature stese da continui ritorni della mano nello stesso punto. Ed è qui che vanno delineandosi, senza distinguersi nettamente dal fondo, le figure scontornate da qualsivoglia riverbero mondano, vicine alla propria essenza pura, ideale. Quasi delle epifanie informi o, meglio, informali.
In questo senso Bove è una pittrice astratta. La sua è una ricerca di “assolutezza” e austerità impressa dal modello morandiano, anche nella censura della varietà coloristica che, certo, renderebbe più piacevole all’occhio la pittura, col rischio però sempre dietro l’angolo dell’edonismo. Da qui l’ombra come condizione stessa della pittura di Bove. L’immagine, come in una fotografia dell’amatissimo Luigi Ghirri, emerge da un suolo memoriale oscuro con tutte le smagliature impresse sulla propria epidermide dal lento viaggio verso l’emersione nella luce.
La pittura porta il peso di tutto il senso di oblio che la zavorra e minaccia di ricacciarne la memoria a ogni passo nell’oscuro territorio delle origini. Ciò che Antonin Artaud definiva la souffrance du pré-natal. Ecco spiegata la nostalgia che permea l’opera dell’artista. Nostalgia come desiderio felice di superamento dell’ombra.
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