Dalla teoria del caos all’arte condivisa: intervista a Roberta Maola

di - 18 Settembre 2025

Dal 18 al 20 settembre 2025 presso Mesia Space di Roma si terrà il nuovo progetto di arte condivisa dell’artista Roberta Maola, curato da Giulia Del Papa, dal titolo Tempĕstas. Artista visiva iperrealista, Maola utilizza il disegno a matita su carta come medium privilegiato per indagare la percezione, l’identità e il paesaggio interiore della mente. L’iperrealismo di Maola va oltre la pura abilità tecnica, trasformandosi in un mezzo per esplorare stati mentali e tensioni percettive. Abbiamo intervistato l’artista per conoscere i dettagli del suo nuovo lavoro.

Da dove nasce l’idea del progetto Tempĕstas? Se non sbaglio si tratta di un termine latino, come mai questa scelta?

«Il termine Tempĕstas deriva dal latino e l’ho scelto in quanto indica il tempo sia nell’accezione cronologica che meteorologica. Questo mi ha dato la possibilità di sintetizzare il concept del progetto in un’unica parola. Il tempo cronologico, secondo la tradizione giapponese, è quello dedicato agli altri da chi, piegando gli origami, dona un auspicio positivo alle persone a cui pensa: chi piega dedica tempo, attenzione e intenzione positiva, chi riceve percepisce la cura e il pensiero, e questo rafforza il legame, dà conforto e speranza.

Nel titolo sta anche il senso della mia live made art work: nel breve tempo in cui le persone si siederanno per osservare me che disegno, spero si crei una connessione analoga.

Nell’accezione metereologica Tempĕstas indica la tempesta che, secondo la teoria dell’effetto farfalla può essere scatenata da un battito d’ali all’altro capo del mondo. Ciò avviene perché esso pur essendo di lieve entità, si verifica all’interno di un sistema complesso e caotico come l’insieme dei fenomeni atmosferici.

Questo fenomeno descritto dalla teoria del caos, diventa metafora dei piccoli gesti che innescano eventi a cascata e ricorsivi che possono determinare grandi cambiamenti sociali».

Nei mesi scorsi ha organizzato una vera e propria caccia al tesoro, nascondendo 300 origami a forma di farfalla, in questo modo chi le trovava avrebbe potuto partecipare a Tempĕstas, come ha scelto i “nascondigli”? Si tratta di luoghi simbolici collegati tra di loro?

«Alcuni li ho scelti per affettività nei confronti di chi mi ha accompagnato agli inizi della mia attività artistica. Altri li ho scelti per la loro attitudine a resistere sul territorio come soggetti che propongono cultura e aggregazione sociale in un momento in cui tutto è massificato, banalizzato e i rapporti si vanno disgregando.

Anche qui l’invito è a dedicarsi e dedicare del tempo, vivere il tragitto per attraversare la città nei suoi aspetti piacevoli e meno piacevoli, ascoltandosi. Incontrare l’altro, scoprire nuovi angoli della città caotica e insospettabili realtà distanti dalle insegne patinate del mainstream».

Inviti progetto “Tempēstas” 2025 di Roberta Maola. Foto: l’artista

Come riesce a coniugare due linguaggi idiosincratici come l’arte iperrealista e i suoi studi in psicologia? Tempĕstas ne è un esempio?

«Quando disegno, non penso mai soltanto a un oggetto. Quello che vedi è molto più di ciò che appare. Gli oggetti ritratti sono contenitori di coscienza, luoghi simbolici in cui si depositano pensieri, desideri, paure. È lì che l’arte e la psicologia si incontrano: due linguaggi diversi, ma entrambi capaci di raccontare lo stesso viaggio interiore.

Lo stile iperrealista, nel mio lavoro, non è il fine, ma lo strumento, il mezzo che agevola lo spettatore nel processo proiettivo dei propri contenuti. La precisione tecnica è un pretesto, una porta d’ingresso. Il dettaglio ti cattura, ti ancora al reale, ma subito dopo ti accorgi che dietro quella chiarezza si nasconde un’ambiguità più profonda, un varco verso l’introspezione. Mi interessa proprio questo: creare un paradosso, un’immagine che provochi un cortocircuito tra ciò che ci aspettiamo e ciò che è rappresentato. Quello che in gergo tecnico si chiama dissonanza cognitiva.

Ogni opera è una domanda. Non suggerisco cosa pensare, non impongo un significato, offro solo uno spazio, un tempo sospeso e l’invito a riempirlo con la propria esperienza. In questo senso, i miei disegni sono un po’ come specchi: riflettono, ma ognuno ci vede la propria immagine, mai la stessa per due persone.

C’è poi un’altra dimensione per me fondamentale: quella collettiva. L’arte non deve restare chiusa nei circoli degli addetti ai lavori, ma aprirsi alla condivisione, diventare esperienza partecipata. Nel progetto “Sola lì rimase speranza” del 2019 al MACRO (Museo di Arte Contemporanea di Roma), ad esempio, ho voluto che il pubblico diventasse co-autore dell’opera.

In fondo, il mio lavoro nasce da un’urgenza semplice: esplorare la mente e le sue profondità con la stessa attenzione con cui traccio un dettaglio su carta. L’arte e la psicologia, per me, sono due prospettive diverse, ma entrambe necessarie per raccontare la complessità di ciò che siamo».

Aveva già preso parte alle iniziative organizzate da ME.SIA S.PACE? Cosa l’ha spinta a collaborare con questo spazio espositivo?

«No non avevo mai preso parte alle iniziative di ME.SIA., ma avevo avuto modo di conoscere l’attitudine all’accoglienza dei suoi conduttori Cinzia Colombo e Alessandro Riva, nonché l’atmosfera creativa e calorosa che vi si respira anche grazie agli artisti che hanno dato vita al progetto “Umanità?”.

La decisione di aderire ad esso è arrivata in modo quasi spontaneo, una volta constatate le risonanze tra la mia ricerca artistica sui temi dell’attesa, dell’intenzionalità e della presenza e il cuore concettuale del progetto “Umanità?” inerente la fragilità e la qualità dell’essere umani, nonché il ruolo dell’arte nel diffondere una cultura della speranza. Potremmo dire Arte come modo di esserci-nel-mondo, come condizione esistenziale, citando l’estratto del progetto “Umanità?” in cui si inserisce la mia live made art work di Tempĕstas».

Tempĕstas è un progetto d’arte condivisa, come ha pensato di coinvolgere lo spettatore “trasformandolo” in attore?

«La partecipazione attiva al progetto inizia con la ricerca delle farfalle ad origami che ho piegato io stessa pensando a quanti conosco e a tutti coloro che attraverso i social si sarebbero incuriositi e le avrebbero cercate.

Una volta trovate, ho richiesto di condividerle tramite una foto o un video creativo sui propri profili social, per creare un’interconnessione.

Su ogni farfalla, poi, si trova un codice univoco attraverso il quale è possibile prenotarsi sul mio sito per riservare un posto accanto a me durante la mia live made art work. Un gesto simbolico con il quale dichiarano la loro volontà di essere in quello spazio in quel momento. Azione per nulla scontata, in un momento in cui le relazioni sono spesso caotiche e casuali, scandite da contingenza e opportunità piuttosto che da scelta consapevole.

Ho voluto anche coinvolgere altri artisti in virtù di questo approccio compartecipativo. È prevista la performance “Io sogno farfalle e tu?” a cura di Silvia Stucky e un reading di poesia “IlluminatE” curato da Patrizia Chianese. Il progetto, dunque, non è solo un’esposizione di opere visive, ma un viaggio attraverso varie forme d’arte che dialogano e si arricchiscono vicendevolmente. Infine, permettimi di ricordare che il progetto è patrocinato da Women Visual Artists Database e WindMill ART POWER PLANT a testimonianza della rete di sinergie di cui vuole essere catalizzatore».

Come nasce l’idea del titolo dell’opera che realizzerà “Il tutto è più della somma delle parti”?

«Il titolo dell’opera si ispira a un concetto fondamentale della Psicologia della Gestalt, secondo cui la combinazione di elementi crea un’entità con caratteristiche emergenti, determinate dalle regole di organizzazione. Ad esempio, vediamo una sedia come un’entità unica. Non la descriviamo come un insieme di bastoni e piani, ma come un concetto che ha una funzione. Se uno dei pezzi fosse disallineato, la sedia perderebbe sia la sua funzionalità che la sua appartenenza al concetto di “sedia”. In modo simile, l’arte non è mai solo un insieme di linee o colori, ma un’immagine costruita dallo spettatore, come sottolineato dal critico Ernst Gombrich nel suo libro Art and Illusion. Per tutti questi motivi durante la mostra, inizierò esponendo 80 tavole disegnate a matita, disposte in modo caotico. Alla fine dei tre giorni, completerò l’elemento mancante e darò un ordine che conferirà senso all’opera. Essa sarà così osservabile nella sua completezza alla fine della maratona di 3 giorni, dopodiché tre parti saranno donate ad altrettanti partecipanti attivi al progetto».

Particolare di “Il tutto è più della somma delle sue parti”, 2025, 1/81 pezzi. Grafite e matita colorata su tavola, 10 x 10 cm di Roberta Maola

Insieme alla curatrice Giulia Del Papa, quale messaggio vuole trasmettere?

«In apertura del progetto Laura Cianca leggerà i versi di Walt Whitmann “O Me, o Vita!”. Questi versi sono stati per me un punto di partenza di tutto. Raccontando e confrontandomi sul concept del progetto con Giulia abbiamo pensato che il nostro messaggio riconosce la fatica, la confusione, i fallimenti, la ripetitività della lotta quotidiana — tutto ciò che spesso ci fa chiedere se abbia davvero senso. Eppure, accanto a questo sguardo disincantato, c’è la risposta essenziale: la vita esiste, tu sei qui, e questo ti dà la possibilità di lasciare un segno.

Quello che ci interessa sottolineare è proprio questo: nonostante il caos, il dolore e la disillusione, resta sempre lo spazio per contribuire con un proprio verso al “potente spettacolo” della vita».

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