È stata scoperta l’identità di Banksy

di - 13 Marzo 2026

Nel 2006, Banksy dichiarava a Swindle magazine: «Non ho alcun interesse a fare coming out. Penso che ci siano già abbastanza idioti pieni di sé che cercano di mettersi in mostra con le loro brutte facce». Da più di 20 anni una domanda accompagna ogni nuova apparizione di Banksy: chi è davvero l’artista che ha trasformato la street art in uno dei linguaggi più riconoscibili dell’arte contemporanea? Nel tempo sono circolate molte ipotesi, alcune più insistenti di altre ma nessuna ha mai trovato una conferma definitiva, e l’anonimato è rimasto una costante del progetto Banksy, quasi una sua condizione di esistenza, parte integrante della sua strategia artistica e della sua stessa identità.

Una lunga inchiesta pubblicata da Reuters prova ora a mettere ordine in questa storia. Il lavoro, costruito su anni di ricerche, analisi di documenti pubblici, interviste e verifiche incrociate, rappresenta probabilmente una delle indagini più estese mai dedicate all’artista britannico.

Al centro della ricostruzione torna il nome di Robin Gunningham, figura già indicata come possibile identità dell’artista a seguito di un’inchiesta del 2008 pubblicata su Mail on Sunday. L’inchiesta di Reuters ripercorre una serie di elementi che negli anni hanno alimentato questa ipotesi: origini a Bristol, fotografie e frammenti di esse, frequentazioni nella scena dei graffiti locali e coincidenze temporali tra alcuni suoi spostamenti e la comparsa di opere firmate Banksy.

Secondo Reuters, nuovi documenti e testimonianze contribuirebbero a rafforzare questa pista. Tra gli elementi analizzati ci sono anche alcuni viaggi che coincidono con la comparsa di interventi attribuiti all’artista in diverse città del mondo, compreso quello in Ucraina nel 2022, quando una serie di murales comparve nelle zone colpite dalla guerra. L’indagine giornalistica, infatti, ha inizio proprio da un condominio bombardato nel villaggio di Borodyanka, nella periferia di Kiev.

Riemerge nell’inchiesta anche un nome che da anni accompagna il dibattito sull’identità dell’artista: Robert Del Naja, musicista dei Massive Attack e figura storica della scena graffiti di Bristol. In diverse occasioni il suo nome è stato associato a Banksy, non necessariamente come identità diretta ma come possibile collaboratore o presenza vicina alla nascita del progetto.

Se l’identità rimane il punto più mediaticamente appetibile, l’inchiesta di Reuters allarga però lo sguardo anche a un altro aspetto del fenomeno Banksy: il sistema economico che negli anni si è sviluppato attorno alle sue opere. Qui entra in scena Pest Control Office, l’organismo che autentica ufficialmente i lavori dell’artista e decide chi ha la possibilità di acquistare per primo i suoi ultimi lavori, fungendo sia da ente di autenticazione che da società operativa. Attraverso registri societari e documenti pubblici, Reuters ha ricostruito una rete di società britanniche collegate alla gestione delle opere e alla tutela del marchio Banksy.

Il quadro che emerge è quello di una struttura relativamente complessa, costruita nel tempo per controllare la circolazione delle opere e limitare la proliferazione di falsi. Una necessità quasi inevitabile, se si considera il peso economico assunto dal nome Banksy negli ultimi quindici anni. Secondo i dati analizzati dall’agenzia, dal 2015 le opere dell’artista avrebbero generato circa 248 milioni di dollari nel mercato secondario: una cifra che racconta bene il paradosso di una pratica nata sui muri delle città e finita al centro di un sistema di collezionismo globale. Pets Control è l’unico ente autenticatore delle opere di Banksy, impiegando mesi e a volte anche anni ogni volta, e i critici sostengono che il processo sia lento e poco trasparente.

Tuttavia, Jasper Tordoff, esperto di Banksy presso MyArtBroker, ha dichiarato a Reuters che si tratta di un approccio «Abbastanza comune» sul mercato e funziona in modo simile ai processi di autenticazione per altri artisti di strada come Jean-Michel Basquiat e Keith Haring. E ancora: «L’intero scopo di questa operazione è proteggere gli acquirenti», sottolineando che «molte persone sono state truffate acquistando (falsi) Banksy al posto di denaro autentico di Banksy».

Sicuramente, tanto l’anonimato quanto la spettacolarizzazione hanno contribuito negli anni a definire i prezzi delle opere dell’artista e il fascino a esse legate, legando a filo doppio l’elemento economico a quello di sfida, identitaria o ideologica che sia. Ma come spesso avviene in questi casi, la critica al sistema finisce per generare solo un aumento dei prezzi all’interno di esso, com’è avvenuto nel celebre caso del dipinto “autodistrutto” durante le aste di Sotheby’s a Londra nel 2018. Trattandosi di street art, inoltre, rimane sempre aperto il dibattito relativo alle opere rimosse dalle strade, talvolta con l’unico scopo di preservarle, in altri casi immettendole direttamente nel mercato, generando un distacco ancora più netto fra ciò che rappresentano le opere e la loro destinazione originaria e i meccanismi del circuito di mercato nel quale vengono inserite.

Si tratta di un’inchiesta che si muove su due binari: quello dell’identità e quello del giro economico. Due strade che spesso viaggiano separate, ma che finiscono per convergere in un punto preciso: «Quanto influirebbe la rivelazione dell’identità di Banksy sul valore delle sue opere? Reuters ha contattato più di una dozzina di importanti gallerie, musei e case d’asta. La maggior parte ha rifiutato di commentare la vicenda di Banksy. Le opinioni tra coloro che hanno parlato sono divergenti».

C’è però da dire che, indipendentemente dalla monetizzazione dell’anonimato e dal fascino che esso possa suscitare – e indubbiamente susciti – sugli acquirenti, l’anonimato è parte integrante e fondamentale della figura dell’artista, come anche Reuters riconosce, riportando le parole dello storico dell’arte ed esperto di Banksy, Ulrich Blanche: «Questo anonimato è di per sé una dichiarazione d’intenti».

Proprio per questo l’inchiesta di Reuters si muove su un terreno delicato. Da una parte c’è il principio giornalistico che legittima un’indagine di questo tipo: figure pubbliche con un’influenza culturale così ampia possono diventare oggetto di verifica e ricostruzione. Dall’altra parte, resta la natura stessa del progetto Banksy, costruito sull’idea che l’opera possa esistere senza un volto pubblico.

L’artista, contattato dall’agenzia, non ha risposto ad alcuna domanda. Attraverso i suoi rappresentanti ha mantenuto la linea che lo accompagna da anni: nessuna conferma, nessuna smentita.

L’anonimato, nel caso di Banksy, non è un semplice espediente ma un dispositivo artistico a tutti gli effetti, una scelta che ha permesso alle opere di circolare senza il peso di una biografia addosso. E l’aura di mistero, perfino la monetizzazione di esso, non ne aggiungeva comunque un nome, una vita dietro. Rendere noto il nome dell’artista potrebbe soddisfare una curiosità diffusa, svelare il risultato di un enigma che da anni alimenta il dibattito mediatico annullando ogni distanza fra il pubblico e l’artista. Banksy, però, ha sempre funzionato proprio grazie a quella distanza: le immagini arrivano, compaiono, si diffondono. E l’autore resta altrove. Rimane dunque da capire quanto questa rivelazione abbia davvero aggiunto alla comprensione del lavoro di Banksy.

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