Felice Levini, Orizzonte degli Eventi, Museo Bilotti
Tra gli anni ’70 e i primi anni ’80 del secolo trascorso si diffuse nel panorama artistico italiano una nuova sensibilità estetica – proveniente da oltre confine – che sembrava voler revocare in dubbio lo statuto ontologico del dato reale e la sua potenziale intelligibilità. Nacquero, stimolati da quell’atmosfera post-moderna, la Transavanguardia di Bonito Oliva, il Magico Primario di Flavio Caroli, Anacronismo di Maurizio Calvesi ed i Nuovi-nuovi di Renato Barilli. Di quest’ultimo gruppo faceva parte anche Felice Levini (Roma, 1956), l’artista che espone in questi giorni nelle sale del Museo Bilotti a Villa Borghese. Di Levini sappiamo poco e la mostra ci intriga anche per questo. La suggestione iniziale è di forte impatto: veniamo investiti da un profluvio di immagini – tra dipinti a olio, sculture in resina, disegni su carta e ceramiche – fuoriuscite per caso o per dolo – ci piace immaginarlo – da una ferace e visionaria cornucopia nascosta oculatamente in qualche angolo riposto del museo. Si tratta, di fatto, di una quarantina di opere in gran parte inedite e, alcune di esse, realizzate negli ultimi due anni di pandemia. Apprendiamo che Levini con la sua pratica artistica si industria, programmaticamente, a “progettare il caos”. Lo chiamiamo al telefono per avere lumi su questo suo proponimento alquanto enigmatico. E apprendiamo che il caos di cui parla viene da lontano: è il caos cosmico primigenio teorizzato dalla scienza, anticipata, in questo, dalle antiche cosmogonie. Un caos onnipervadente – aggiungiamo – che si rifrange nel microcosmo della compagine umana come tribolazione esistenziale, fluida irrequietezza di pensiero, abnorme produzione di simulacri, di immagini, cioè, che non rimandano ad altro da sé, come significanti orfani di significati.
È questa, riteniamo, l’illusione dell’arte a cui sembra alludere Levini con le sue fluide creazioni: le immagini, a volte ripetitive, spesso coinvolgenti e attrattive, confitte in un deserto di senso, non rappresentano null’altro che se stesse e ci ammaliano, come il moto insoluto e ipnotico di una giostra sospesa sul caos. Ha scritto Renato Barilli in un articolo pubblicato nel 2010 sulla rivista di semiotica Adversus: «È proprio il concetto di rappresentazione che la contemporaneità tende a cancellare. Non ha più senso procedere in termini dualistici, di là starebbe la realtà di qua un foglio o un altro apparato di superficie per raccoglierne l’immagine. L’artista oggi si può aggirare tra le cose, assumerle, manovrarle secondo la tecnica del ready-made duchampiano, esattamente come l’energia diffusiva elettromagnetica circola liberamente, non contenuta entro argini fissi». Nel lungo rotolo di carta dipinto a inchiostro, esposto a pianterreno, vediamo esemplata in nuce la poetica dell’artista: un coacervo di figure, di frasi, di parole, provenienti da chissà dove, si incontrano a comporre un cosmos precario che infonde nel riguardante un intimo, glaciale sentimento di impermanenza.
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