Il MACRO di Roma riapre le porte con una intera programmazione dedicata alla città

di - 27 Dicembre 2025

Per provare a leggere questa nuova e attesissima riapertura del Museo d’Arte Contemporanea di Roma è opportuno assumere l’offerta espositiva come terreno di verifica di un progetto profondamente stratificato.

Seguendo l’andamento dell’architettura, al piano terra si svolge UNAROMA (visitabile fino al 6 aprile 2026), la grande mostra collettiva curata da Luca Lo Pinto e Cristiana Perrella. Un’esposizione che raccoglie circa quaranta opere riunite nelle due grandi sale progettate da Odile Decq con l’intento di restituire un’immagine ibrida e intergenerazionale della scena artistica cittadina. Nell’allestimento progettato da studio Parasite 2.0, tutte le opere vengono disposte lungo la lingua verde acido che taglia il grigiore dello spazio come un fulmine, creando un’unica, maestosa e imponente installazione.

© photo Ela Bialkowska OKNOstudio

All’interno di questa moltitudine di volumi, altezze e profondità, le opere finiscono per influenzarsi e compenetrarsi reciprocamente, fino al punto che il vero lavoro esposto appare essere l’allestimento stesso, unico organismo visivo e spaziale, in cui i singoli lavori perdono parte della loro autonomia a favore di una lettura complessiva.

© photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Se da un lato questo rafforza l’idea di UNAROMA come ritratto collettivo, dall’altro riduce nettamente il margine per il rischio, la frizione e una reale possibilità di scoperta individuale. Facendo totalmente fede al suo titolo, questa sezione costruisce una piattaforma visiva compatta e iper-connotata, presentando una Roma precisa e riconoscibile. Le differenze e le zone d’ombra che attraversano realmente il contesto urbano restano sullo sfondo, assorbite in una rappresentazione che privilegia l’insieme.

© photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Da questa schiera di opere, infiniti sono i fili trasparenti che si potrebbero tirare per creare connessioni fra somiglianze tematiche, di medium o linguaggi. Numerose sono le nuove produzioni esposte, fra cui, Opera Poesia (2025) di Tomaso Binga, prima raccolta sonora completa di tutti i testi scritti tra il 1976 e il 2023, recitati dalla voce dell’artista che nonostante il brusio della folla durante l’apertura del museo, è stata in grado di riempie tutto lo spazio. Parola e voce tornano centrali anche in Allegoria antifascista no.3 – Flaminia e Lavinia (2005) di Giulia Crispiani, parte di una serie dedicata alle città in cui il testo è condiviso col pubblico che può prenderne una copia e leggere ad alta voce, come suggerisce l’artista stessa.

© photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Reduce dalla sua grande mostra antologica tenutasi pochi mesi fa nella stessa sala, Elisabetta Benassi torna al MACRO con Comfortably Numb (2025) un falso reperto preistorico che diventa pendolo per scandire lapidario la finitezza del destino umano.

Diversi artisti e artiste hanno scelto di presentare opere di vecchia produzione come Giardino perduto (2018) di Matteo Nasini e LA MIA VITA SENZA TE (G) (2016) di Gianni Politi, due lavori estremamente materici che, se pure non dovessero rispecchiare a pieno l’evoluzione odierna degli artisti, risultano vincenti per questo contesto grazie alla loro abilità di saper vivere e convivere, facendo sentire la propria voce senza imporsi.

Ulteriori connessioni possono emergere da una lettura trasversale, incrociando le opere di alcune delle artiste romane più giovani con voci pionieristiche internazionali. Agnes Questionmark con Draco Piscis II (2023) e Suzanne Santoro con The Burning Purple Pharmakon (2024-2025) interrogano rispettivamente i limiti e le contraddizioni di identità mutevoli; mentre Federica Di Pietrantonio con whoami (2025) e Auriea Harvey The Mystery v5 (gold stacks) Bricks (2025) portano nuove produzioni in cui si riflette sulle possibilità di trasformazione dei media tecnologici in luoghi di meditazione.

MACRO. Ph. Luigi Filetici

Queste sono solo alcune delle infinite possibilità di lettura e riflessione che pullulano dietro l’imponente display e che chiedono di essere accolte senza lasciarsi intimidire dalla sua immobilità. Restituendo attenzione alle singole opere, emergono traiettorie, rimandi e tensioni sottili che rischierebbero altrimenti di dissolversi nella monumentalità dell’allestimento. È proprio in questo scarto, tra la fissità del set e l’ascolto puntuale dei lavori, che la mostra lascia intravedere i suoi passaggi più fertili.

La staticità del set al piano terra trova vita e respiro nella sezione LIVE, ospitata al primo piano del museo. Qui il green screen si espande, perde la sua funzione estetica ed estetizzante per diventare scenografia. Fino al 2 aprile 2026, la programmazione di questa sezione prevede un calendario continuo di performance, proiezioni, incontri, dj set, listening sessions e workshop, donando al museo una dimensione temporale e processuale che nel piano terra rimane solo suggerita.

Abitare le rovine del presente. Installation view of the exhibition at MACRO, Roma, 2025. Photo OKNOstudio. Courtesy MACRO, Roma

Con l’inizio dell’anno nuovo, UNAROMA proseguirà ulteriormente oltre i confini fisici del museo, includendo una serie di appuntamenti commissionati dal MACRO e realizzati nelle sedi di alcuni spazi indipendenti romani, attivando la sezione diffusa – OFF – del progetto espositivo.

Insieme ad UNAROMA, il palinsesto della riapertura include altre tre mostre che, pur nella loro autonomia, contribuiscono a restituire una stratificazione temporale, in cui storie locali e orizzonti internazionali si intrecciano.

One Day You’ll Understand. 25 anni da Dissonanze, a cura di Cristiana Perrella (11 dicembre 2025 – 22 marzo 2026), rilegge attraverso un ampio archivio visivo e sonoro l’esperienza del festival che tra il 2000 e il 2010 ha trasformato Roma in un crocevia internazionale per la musica elettronica, la cultura digitale e l’arte. Un progetto che restituisce lo spirito pionieristico di una stagione capace di connettere suono, immagine e architettura, facendo dialogare la città con reti e immaginari globali.

© photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Di segno diverso, profondamente radicate in una storia di resistenza e trasformazione, sono Sorelle senza nome di Jonathas de Andrade (a cura di Cristiana Perrella, 11 dicembre 2025 – 6 aprile 2026) e Abitare le rovine del presente (a cura di Giulia Fiocca e Lorenzo Romito / Stalker, 11 dicembre 2025 – 22 marzo 2026). Entrambi i progetti lavorano su narrazioni iper-locali che attraversano Roma come spazio di accoglienza e rigenerazione. Tra queste, il racconto di una comunità di religiose missionarie dal Brasile che, tra spiritualità e impegno politico, trovano rifugio nella Capitale; e le pratiche dal basso di riuso e adattamento urbano che hanno contribuito nel tempo a ridefinire il modo di abitare la città.

Abitare le rovine del presente. Installation view of the exhibition at MACRO, Roma, 2025. Photo OKNOstudio. Courtesy MACRO, Roma

In modi diversi, tutti e tre questi progetti richiedono tempi e spazi di attenzione dilatati, anche solo per tentare di accogliere tutte le voci che si intrecciano al loro interno. Nello specifico One Day You’ll Understand e Abitare le rovine del presente condensano in pochi metri quadrati una moltitudine di soggettività, narrazioni e memorie, che necessitano l’impegno di fermarsi, consultare e tornare.

Sorelle senza nome, 2025. video, 20’. Commissionato dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, progetto CONCILIAZIONE 5. Prodotto da Fondazione In Between Art Film

Cara città (abbracciami) non è solo il titolo – preso in prestito dal poeta Alberto Dubito – di questa nuova stagione espositiva, è l’invito concreto che l’istituzione rivolge alla sua città, chiedendo di essere abitata, attraversata e vissuta. Resta da capire se, nel tempo, questo spirito di grande apertura interdisciplinare saprà tradursi in una visione capace non solo di riflettere la città, ma anche di interrogarla criticamente, evitando il pericolo di un racconto autoreferenziale.

© photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Per ora, il MACRO è tornato a farsi sentire. Ha fatto rumore, ha acceso corpi e spazi, ha rimesso in circolo energia. La città è entrata nel museo e non resta che aspettare per capire se saprà davvero restituirla, nella sua complessità, senza addomesticarla.

MACRO. Ph. Luigi Filetici

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