Mona Hatoum ph. Marta Marinotti Courtesy Fondazione Prada
Nell’ambiente tripartito della Cisterna, spazio in cui venivano conservati i silos della ex distilleria di alcolici situata nel complesso della Fondazione Prada di Milano, si sviluppano le installazioni site-specific di Mona Hatoum. In stretto dialogo con la forte identità dello spazio espositivo – minimale e industriale – le opere agiscono pienamente sul piano percettivo e fisico dello spettatore che, visitando la mostra, diviene parte integrante del processo installativo. La mostra personale si divide in tre grandi installazioni, posizionate una per sala; la ragnatela, la mappa e la griglia, tre elementi fondanti della ricerca artistica.
Nata a Beirut, in Libano, da una famiglia palestinese, Hatoum vive a Londra dal 1975, quando lo scoppio della guerra civile libanese le impedì di fare ritorno nel suo paese. L’opera di Hatoum si concretizza attraverso un ampio utilizzo di media tra cui scultura, installazione, performance, video, fotografia e lavori su carta. Diviene nota a metà anni Ottanta grazie ad una serie di performance e video focalizzati sul corpo, negli anni Novanta si concentra su grandi sculture e installazioni con l’obbiettivo di coinvolgere direttamente lo spettatore. Sradicamento, marginalizzazione, esclusione, instabilità, fragilità sono i temi in cui si sviluppa pienamente la sua ricerca poetica, centrali anche nella mostra personale ospitata negli spazi di Fondazione Prada. Come si percepisce dal titolo della mostra, Mona Hatoum invita lo spettatore a porsi in relazione con le opere e con lo spazio che esse modulano; un percorso in cui il corpo-fisico diviene tassello fondamentale nel processo, attivando una serie di suggestioni e meccanismi-a-specchio.
Nella sala d’ingresso sorge Web (sfere di vetro trasparente soffiato a mano, cavo in acciaio inossidabile, 2026), una luccicante e delicata ragnatela sospesa nell’aria. Di natura ambigua, la ragnatela simboleggia la casa ma anche l’imprigionamento, le connessioni ma anche l’indolenza; l’atto di tessere, legato storicamente al femminile, è matrice di creazione cosmologica ma anche rete di paure e sofferenze. Come sottolinea l’artista “Una ragnatela può essere vista come una rete minacciosa che suggerisce un senso opprimente di reclusione, ma allo stesso tempo offre una casa o un luogo sicuro. Per me la grande ragnatela sospesa sopra di noi ha anche un significato poetico, quasi cosmico. Le sfere di vetro, bellissime e delicate, sono un riferimento diretto alle gocce di rugiada e ne evocano la fragilità e la luminosità. Possono anche assomigliare a una costellazione celeste. Mi piace vederla come un’allusione all’interconnessione di tutte le cose”.
Il pavimento della seconda stanza è ricoperto da oltre trentamila biglie rosse e di vetro, luccicanti e in perfetto contrasto con il grigio del cemento sottostante. Sono solo appoggiate, a delineare una cartina del mondo in potenziale cambiamento. Si tratta di Red (sfere di vetro rosso trasparente di 25 mm, 2026) in cui le proporzioni e masse seguono la proiezione di Gall-Peters e non quella più tradizionale di Mercatore; presentata per la prima volta da James Gall nel 1855 e reintrodotta da Arno Peters nel 1973, questa mappa ha corretto le distorsioni delle dimensioni di alcuni territori presenti nella proiezione di Mercatore che rappresenta le regioni del Sud globale, come l’Africa, il Sud America e il Sud-est asiatico, più piccole della loro reale estensione rispetto al Nord globale. La visualizzazione della mappa del mondo non è neutrale, soprattutto in dinamiche di potere e dominio; le sfere sembrano restituire un dato certo ma – paradossalmente – da sempre soggetto ad un equilibrio instabile. Tutto questo rosso, colore con una carica viscerale potente, sottolinea ancor di più la natura dell’impermanenza e della tensione.
A concludere il percorso All of quiver (tubi in alluminio a sezione quadrata, cerniere di acciaio, motore elettrico, cavo, 2022), imponente opere scultoreo-cinetica che svetta verso l’alto, seguendo l’andamento dell’arioso spazio espositivo. Appare come un palazzo ridotto all’osso, impalcatura mobile di ciò che potrebbe essere. La natura minimalista e architettonica dell’opera viene rotta ripetutamente da movimenti oscillatori della struttura che, ciclicamente, portano la costruzione ad una tensione precaria. Opera al contempo monolitica e leggerissima, razionale ed organica, restituisce una coreografia in grado di contenere tutto ciò che concerne il processo di costruzione – distruzione, ribaltando il paradigma architettonico. L’opera è manifestazione fisica della fluidità, energia che muta le cose del mondo; il corpo dello spettatore si muove allo stesso ritmo della struttura, che sembra stare scomoda in sé stessa. L’esperienza corporea dell’abitare accoglie in sé una pluralità di sensazioni; l’instabilità diventa terreno abitabile, non stato da cui fuggire.
La mostra Over, under and in between offre la possibilità di leggere con occhi diversi il concetto di fissità e di realtà: come e quando si manifesta lo stato di mutevolezza tra uno stato e l’altro? La ragnatela, la mappa e la griglia diventano opere in divenire, mai fisse e – paradossalmente – scolpite costantemente dalle condizioni architettonico-atmosferiche in cui abitano. Hatoum ci svela come lo spazio dell’incertezza è pienamente abitabile, anzi è il momento in cui accade la vita nella sua complessità; geometrie modulari composte da unità ripetute creano una tensione naturale verso la precarietà dell’esistenza.
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