KORA: pratiche del contemporaneo e selvatico femminile, nel Salento

di - 2 Gennaio 2026

Fare produzione culturale nel Salento significa, ancora oggi, misurarsi con un territorio privo di un sistema strutturato di gallerie, senza un vero mercato locale capace di sostenere gli artisti e con istituzioni che spesso operano in condizioni di fragilità — anche quando, come nel caso del Museo Castromediano, tornano a interrogarsi sul proprio ruolo pubblico e sulla propria funzione di deposito attivo di memoria, raccogliendo, tra l’altro, gli archivi di Carmelo Bene (1937-2002) e di Eugenio Barba (Brindisi, 1936). Sarebbe un territorio molto frequentato, attraversato da galleristi, collezionisti, eventi e manifestazioni di rilievo che però, nella maggior parte dei casi, si servono del territorio ma poi fanno ritorno altrove, nei luoghi di origine.

Proprio da questa condizione di passaggio, più che di stanzialità, negli ultimi anni si è costruito un modello credibile, fondato sulla continuità, sulla responsabilità e sulla capacità di trasformare la progettualità in lavoro quotidiano. È il caso di RAMDOM, realtà che da oltre dieci anni lavora tra ricerca artistica, produzione culturale e relazione con la propria terra, scegliendo consapevolmente una posizione laterale rispetto ai grandi centri. RAMDOM lavora sul tempo lungo, sulla sedimentazione dei progetti, sulla costruzione delle condizioni perché l’arte possa accadere, senza scorciatoie e senza affidarsi alla spettacolarizzazione.

La nascita di KORA – Centro del Contemporaneo rappresenta uno dei passaggi più maturi di questo percorso, non un punto di arrivo ma una forma stabile attraverso cui rendere visibile un lavoro già in atto. Aperto nel Palazzo Baronale de’ Gualtieris a Castrignano de’ Greci, il centro si configura come spazio dedicato alla produzione, alla ricerca e alla formazione nel campo del contemporaneo. La sua storia si intreccia con quella del paese e con l’idea che la cultura possa diventare uno strumento reale di trasformazione e non un elemento ornamentale.

Kora Extended, Ramdom, Studio Zero, 2024

La direzione di Paolo Mele (Lecce, 1981) e di Claudio Zecchi (Latina, 1978) imprime a KORA – Centro del Contemporaneo una linea precisa: lavorare con metodo, tenere insieme progettazione, cura degli spazi, relazione con artisti e curatori, attenzione al pubblico, scambi con l’estero. Non ospitare eventi isolati ma sostenere processi, accompagnarli nel tempo, renderli leggibili. Il lavoro quotidiano riguarda tanto le mostre quanto ciò che le rende possibili, dalla programmazione, alla manutenzione, dalla formazione al dialogo con le scuole. Anche Kora Extended, con le visite virtuali e i contenuti digitali, nasce da questa esigenza.

Selvatica a cura di IUNO, Exhibition view, 2025, foto courtesy Alice Caracciolo

Fino al 18 gennaio è in corso Selvatica, mostra collettiva a cura di IUNO, collettivo curatoriale indipendente fondato da Cecilia Canziani, Ilaria Gianni e Giulia Gai bissò, Selvatica affronta un termine complesso e stratificato, spesso ridotto a immagine o metafora. Qui, invece, il selvatico emerge come categoria politica e culturale, come termine di resistenza, come ciò che sfugge alla normalizzazione. Non coincide con una natura idealizzata né con una nostalgia primitiva, è il margine, il residuo, l’eccedenza. È ciò che resta fuori dai sistemi di controllo e proprio per questo li mette in crisi.

Selvatica a cura di IUNO, Exhibition view, 2025, foto courtesy Alice Caracciolo

L’esposizione intreccia il selvatico al femminile, al mostruoso, all’ibrido, restituendo figure che abitano soglie instabili, tra umano e animale, tra corpo e paesaggio, tra mito e presente. Le opere non si limitano a illustrare un concetto ma lo rendono concreto, spesso perturbante, lasciando emergere frizioni e ambiguità. Tra gli artisti e le artiste selezionate: Chiara Camoni, Cleo Fariselli, Gaia Fugazza, Helena Hladilová, Lucia Leuci, Grossi Maglioni, Cynthia Montier, Caterina Morigi, Marta Roberti, Francis Upritchard, Alice Visentin.

Selvatica a cura di IUNO, Exhibition view, 2025, foto courtesy Alice Caracciolo

Il progetto espositivo si è poi ampliato attraverso Visionarie, ciclo di incontri pensato come estensione critica della mostra, spazi di approfondimento, in cui il discorso curatoriale si è aperto al confronto con pratiche artistiche e ruoli istituzionali. Si è parlato del femminile come campo in fieri e non pacificato, e di governance culturale come pratica complessa, fatta di visione, responsabilità e gestione. Eva Fabbris (1979) ha portato l’esperienza della direzione del Museo Madre di Napoli, offrendo uno sguardo concreto sul lavoro istituzionale oggi, lontano da retoriche e semplificazioni; Cecilia Canziani (Roma, 1976) ha discusso a fondo il tema della mostra.

Selvatica a cura di IUNO, Exhibition view, 2025, foto courtesy Alice Caracciolo

Il ciclo si è concluso con Gaia Fugazza (Milano,1985) artista residente a Londra, la cui pratica intercetta in modo diretto le tensioni evocate da Selvatica. Fugazza lavora sui processi biologici, sulle trasformazioni organiche, sulla materia come luogo di pensiero. Le sue opere – superfici in cera, pigmenti naturali, fibre, ossidi – generano figure ibride, anatomie intrecciate al mondo vegetale e animale, corpi che sembrano emergere da stati intermedi.

Nel suo lavoro il femminile non diventa mai tema esplicito. Non viene rappresentato né rivendicato, viene piuttosto superato. Il corpo si configura come materia in trasformazione, capace di mettere in crisi ogni definizione stabile di genere, identità o forma. La materia non accompagna l’immagine, ma la costruisce. Il tempo entra nelle opere come elemento visibile, lasciando tracce, fratture e irregolarità. Questa attenzione ai materiali non risponde a un’estetica, ma incoraggia a pensare il vivente come luogo di coesistenza tra umano e non umano.

Selvatica a cura di IUNO, Exhibition view, 2025, foto courtesy Alice Caracciolo

Nel loro insieme, Selvatica e Visionarie restituiscono con chiarezza il lavoro portato avanti da Kora, un metodo che assume il territorio come condizione lavora sulla durata e sceglie la complessità invece della semplificazione. È un progetto che merita di essere visitato, attraversato con tempo e attenzione, per comprendere come, anche in un contesto decentrato, la ricerca contemporanea possa trovare forme solide e necessarie.

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