La direttrice di documenta si dimette, per le accuse di antisemitismo

di - 18 Luglio 2022

Questa documenta 15 sarà ricordata a lungo per le turbolenze che l’hanno attraversata, magari riguardanti argomenti non strettamente artistici (qui il nostro report), quanto, piuttosto, di posizionamento politico, etico e sociale. A causa delle accuse di presunto antisemitismo nei confronti dell’importante manifestazione quinquennale, di cui abbiamo scritto profusamente nelle scorse settimane, la direttrice di documenta, Sabine Schormann, ha annunciato le sue dimissioni.

Una decisione drastica e data con poco preavviso, che arriva proprio nel momento in cui, a seguito di una interrogazione parlamentare, è stata avviata una commissione di inchiesta per capire come l’organizzazione abbia gestito la situazione. «Purtroppo si è persa molta fiducia e il Consiglio di Sorveglianza ritiene fondamentale che si faccia di tutto per riconquistarla», ha affermato in una dichiarazione il Consiglio, che gestisce sia documenta che il museo Fridericianum.

Antisemitismo a documenta? La ricostruzione dei fatti

Nel gennaio 2022, il collettivo indonesiano Ruangrupa, che cura la manifestazione, e alcuni artisti partecipanti erano stati tacciati di antisemitismo dal “Bündnis Gegen Antisemititismus Kassel”, l’Alleanza contro l’Antisemitismo di Kassel, afferente al movimento “Antideutschen”, un gruppo scissionista della sinistra radicale tedesca. Scrivevamo già come a maggio, una delle sedi di documenta, luogo dell’intervento del collettivo palestinese The Question of Funding, fosse stata vandalizzata con scritte sui muri inneggianti al fascismo e alla violenza. Infine, a inizio luglio, uno striscione del collettivo artistico Taring Padi, anche loro indonesiani, esposto il giorno dell’apertura, a Friedrichsplatz, è stato rimosso, a causa di alcune immagini controverse, come soldati del Mossad, il temuto servizio segreto dello Stato di Israele, con la Stella di David e una figura con il simbolo delle “SS” sul cappello.

Il ministro della Cultura Claudia Roth, Daniel Botmann, amministratore del Central Council of Jews in Germany, l’organo rappresentativo ufficiale della comunità ebraica in Germania, la ministra dell’Arte dell’Assia, Angela Dorn, e la direttrice generale di Documenta, Schormann, la scorsa settimana hanno conferito alla Commissione Cultura del Parlamento. E su richiesta del gruppo parlamentare CDU/CSU, la coalizione di partiti dell’area del centro destra, è stata istituita una apposita commissione investigativa indipendente, per ricostruire le decisioni curatoriali e organizzative e attribuire le responsabilità. Come avevamo immaginato, le conseguenze si sono puntualmente rovesciate sulla stessa struttura di documenta che, ricordiamo, gode di fondi federali.

Insomma, il cappio si è inesorabilmente stretto intorno a documenta 15 e anche l’artista Hito Steyerl – uno delle poche già affermate a livello internazionale coinvolte in questa edizione, che per scelte curatoriali aveva puntato molto su collettivi artistici provenienti da aree solitamente considerate periferiche – ha deciso di ritirare il suo lavoro dalla mostra, chiamando in causa un «Rifiuto di facilitare un dibattito inclusivo sostenuto e strutturalmente ancorato attorno alla mostra, così come il rifiuto virtuale di accettare una mediazione».

Il sacrificio della direttrice e le mosse del consiglio

Nominata come direttrice di documenta nell’aprile del 2018 con grandi aspettative, Sabine Schormann ha rilasciato una dichiarazione nella quale ha tentato di confutare molte delle accuse di favoreggiamento all’antisemitismo avanzate contro di lei ma poi ha deciso di farsi da parte: «Il primo compito è unire le forze per portare a termine con successo documenta 15, con correttezza, solidarietà e fiducia, soprattutto nella gestione artistica e negli artisti», ha scritto Schormann in una dichiarazione rilasciata agli organi di stampa.

Il Consiglio di documenta ha poi lasciato intendere che le indagini proseguiranno e ha richiesto al comitato di selezione della manifestazione di convocare un gruppo di esperti in materia di antisemitismo contemporaneo e nel contesto tedesco, per esaminare le opere in mostra e per mettere in evidenza anche tutti i possibili legami con BDS, la campagna globale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni nei confronti di Israele. Di certo, questa ingerenza così esplicita della politica su una manifestazione – peraltro in una fase organizzativa già più che avanzata, in pratica a mostra aperta – non è così usuale in occidente. Segno che i tempi cambiano.

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