Chiara Fumai, The Book of Evil Spirits, 2015. Single channel video color, sound, video still Courtesy Archivio Chiara Fumai
Ci sono cose che vediamo, altre che percepiamo, altre ancora che vivono in una dimensione liminale di penombra e incoscienza. Esistono luoghi del visibile che si sovrappongono a geografie dell’invisibile, generando e contaminando pensieri e ombre. Con Fata Morgana: memorie dall’invisibile, la Fondazione Nicola Trussardi torna a lasciare un segno nel tessuto culturale milanese, questa volta non con una installazione site specific disseminata per la città ma con una mostra di stampo enciclopedico ispirata alla storia del suo luogo: Palazzo Morando. Curata da Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini, l’esposizione costruisce un viaggio nell’occulto, nell’invisibile e nel suo riflesso sulla storia dell’arte, dal XIX secolo fino ad oggi.
Il titolo rimanda alla fata, alla maga ambigua e polimorfa. È un’immagine che si adagia su un progetto che vive sulla soglia tra reale e immaginario, tra conoscenza e credenza. A fare da nume tutelare è la figura della contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini, collezionista di testi esoterici e padrona di casa del palazzo, che diventa qui un’eco discreta ma fondamentale: il suo spirito aleggia tra le sale, come a ricordare che l’arte nasce spesso da un dialogo con l’invisibile.
Attorno a lei, un pantheon di presenze si manifesta: le fotografie spiritiche di Eusapia Palladino, i film rituali di Maya Deren e Kenneth Anger, le visioni surreali di Man Ray e Lee Miller, le architetture simboliche di Augustin Lesage e Fleury-Joseph Crépin. Tutto concorre a disegnare una contro-storia dell’arte, dove il femminile, il marginale e l’irrazionale smettono di essere appendici e tornano a occupare il centro della scena.
Nel dialogo con le artiste contemporanee, da Chiara Fumai a Carol Rama, da Judy Chicago a Kerstin Brätsch, la mostra spinge l’interrogazione sul corpo e sul presente. Eppure Fata Morgana non sfugge a una tensione irrisolta: quella tra la densità storica del tema e il suo inevitabile rischio di spettacolarizzazione. L’invisibile qui prende corpo in un eccesso di visibilità; il museo diventa tempio, ma anche teatro. Si esce sopraffatti, dove l’enciclopedismo talvolta sacrifica il silenzio e lo spazio per l’esperienza intima. E tuttavia, proprio in questo cortocircuito tra scienza e mistero, fede e performance, si annida la domanda più urgente: può l’arte fornire l’accesso a qualcosa che sfugge alla visione?
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