L’immagine del desiderio. Intervista a Flavio Favelli, Paolo e Fabio Gori e Pietro Gaglianò

di - 9 Ottobre 2020

Fabio e Paolo Gori: «Dopo Vittorio Corsini, la scelta di Flavio Favelli è una continuazione del percorso intrapreso perché nel lavoro di entrambi è essenziale l’attenzione prestata alle dinamiche sociali e psicologiche della contemporaneità»

Flavio Favelli: «Le nuove generazioni sono diverse non perché siano radicalmente cambiate, ma perché prima non c’erano, erano nascoste. L’idraulico che veniva a casa era quasi “un invisibile”, così come gli artigiani e le persone del “popolo”: oggi quella “nuova classe” ha desideri e “modi” globali».

“La casa, con i suoi arredi, gli accessori, le finiture, è il luogo di rappresentazione dello status sociale. Nel nido di questo micro-sistema si affresca più che l’immagine di sé il desiderio di quell’immagine: l’ottimismo di almeno due generazioni che si sono espresse nella costruzione degli scenari privati, coltivando per narcisismo un malinteso spirito di classe”: è la presentazione di “Profondo Oro”, seconda mostra del progetto “Arte in Fabbrica”, che quest’anno coinvolge Flavio Favelli, con la curatela di Pietro Gaglianò.

Flavio Favelli, Eldorado, 2020, a ssemblaggio di mobili e specchi, smalto, cm 319x347x294. Ph. Serge Domingie

Oggi questo spirito di classe che viene raccontato in “Profondo Oro” mi sembra quasi impossibile da coltivare perché semplicemente è impossibile da sostenere. Difficile accumulare per mancanza di liquidi, difficile costruire il proprio nido e – prima della pandemia – modalità di condivisione talvolta esasperate per rientrare nelle spese. Oggi dove il Profondo è molto rosso, e nemmeno è sangue, il passato prossimo che racconti si schianta nel presente: dici che è quasi eterno, che restano segni. Quali? E quali valori?

Flavio Favelli: «Rimane l’eco di quel mondo nell’idea di casa, nel design. Un pezzo “autorevole” lo si ha sempre in casa, da portarsi dietro nei traslochi, sarebbe la cosa importante, come altre culture hanno un altarino. Ma forse l’accento, nell’epoca veloce, sta nel lusso precario. Ho l’impressione però, che nella “classe” a cui faccio riferimento rimanga traccia, certo “rinnovata”, della questione della casa. Le nuove generazioni sono diverse non perché siano radicalmente cambiate, ma perché prima non c’erano, erano nascoste. Il “fontaniere” (in bolognese l’idraulico) che veniva a casa era quasi “un invisibile”, così come gli artigiani e le persone del “popolo”, oggi quella “nuova classe” ha desideri e “modi” globali».

Flavio Favelli, Tempo Aureo, 2020 smalto su cartoni assembl ati, cm 150×150 (2). Ph. Serge Domingie © Flavio Favelli

Insieme alle sculture con neon e alle costruzioni realizzate con ante di mobili dismessi “dorati”, nel senso della loro patina simbolica esterna, vi è anche il grande murale esterno “Kandahar. Made in Italy”. L’Italy in questo caso appare come un concetto esotico, una immaginazione costruita facendo proprie immagini di altre storie. Quasi un affronto nella società della “cancel culture”…

F.F.: «Made in Italy, perché le etichette delle coperte che fecero la fortuna di Prato, erano anche esotiche, ma pratesi, cioè immagini shakerate fra l’invenzione, i ricordi e la cultura visiva popolare. Erano tempi dove il minareto era più da “Mille e una notte” che da Al Qaida. Kandahar è il nome di una città dell’Afghanistan, luogo remoto, uno dei buchi neri dell’Occidente, ma anche una famosa pista di sci in Germania. L’opera è un insieme di due etichette di queste famose coperte, una era il tipo Damasco col minareto e le palme, l’altra era Kandahar con una montagna di neve. Credo che la “cancel culture” in Italia sia proprio l’estremo opposto del sentire del Paese».

A proposito di “Cancel Culture”: racconti di famiglie, di borghesia, di desideri sociali, di vizi di forma, mettendo in scena quel “mobilio” a cui la nostra personalità ha aderito, formando la pelle di una generazione e di un Paese. Immagino che ormai tu ti senta un artista reazionario rispetto a questi nuovi dogmi-imposizioni sociali…

F.F.: «Ma alla fine il “mobilio” è stato mondato, ripulito e poi ricomposto e tamponato, quasi scancellato, anestetizzato e concluso per sempre. Cioè la sua è una presenza annullata dal significato corrente. Ma non perché all’interno vi siano degli scheletri, ma per vedere diversi accostamenti e nuovi intarsi, guidati dalla volontà di cercare delle corrispondenze visive che danno a volta sensibilità epiteliali. È come se volessi dare loro una nuova possibilità, ma alla mia maniera. Ora sono innocui nel loro mestiere, ma vivi nella loro compostezza formale fra l’inquieto e l’incerto. Sono nuove presenza poetiche, sono corpi misterici che odorano di talchi e nascondono lo spirito della nostra civiltà. Penso che dai 50 anni in su si possa facilmente diventare reazionari, soprattutto per la velocità di oggi, ma sarebbe un bell’inciampo».

“Arte in Fabbrica” si pone come un appuntamento importante nella promozione dell’arte contemporanea, specialmente in questo periodo dove anche grandissime fondazioni private sembrano aver tirato i remi in barca. Qual è il vostro obiettivo? Come mai l’invito a Flavio Favelli?

Paolo e Fabio Gori: «Arte in fabbrica permette di coniugare i due significativi momenti della nostra vita dopo la Famiglia, il Lavoro e l’Arte. Dopo quarant’anni di lavoro in comune ci siamo decisi a condividere un’esperienza in campo artistico, contaminando gli spazi della nostra azienda, la Gori Tessuti e Casa, con progetti realizzati espressamente per i nostri ambienti. Il nostro desiderio è coinvolgere, con interventi di arte, in primis i nostri collaboratori e poi i clienti e altre persone animate dalla curiosità. Dopo Vittorio Corsini, la scelta di Flavio Favelli è una continuazione del percorso intrapreso perché nel lavoro di entrambi è essenziale l’attenzione prestata alle dinamiche sociali e psicologiche della contemporaneità».

Qual è l’importanza di un progetto come “Profondo Oro” in questa epoca storica, dove stiamo assistendo al ritorno di un’arte mansueta e “assistenzialista”, nel senso che ponga meno dubbi e domande possibili?

Pietro Gaglianò: «“Profondo Oro”, come l’intera ricerca di Favelli, si dispiega in uno spazio di produzione di senso che include sempre l’osservatore: in tal senso, un po’ alla Jean-Luc Godard, lavora politicamente senza fare opere politiche. Penso che oggi vada ridiscussa, almeno sul piano teorico, questa capacità dell’artista di agire politicamente ma nel pieno controllo e nella piena autonomia della dimensione estetica. È uno dei pochi modi possibili per sfuggire al conformismo di cui scrivi ed è, ritengo, l’unico modo in cui l’arte può essere parte attiva della trasformazione culturale in corso».

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