Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, il suono timido del cambiamento

di - 25 Giugno 2025

È chiaro che ci rendiamo troppo poco conto di quanto tutto sia in costante cambiamento. Di come questo cambiamento a volte sia merito nostro e talvolta causa nostra. E ragionarci non vuol dire intrappolarsi in considerazioni fini a se stesse, perché è lì la poetica dell’esistenza, in una cellula di cambiamenti. Cellula è proprio il titolo della mostra di Mohsen Baghernejad Moghanjooghi alla Galleria ME Vannucci di Pistoia, che prende il nome dalla grande installazione site specific all’interno della sala principale della galleria. Un’opera che è un luogo abitabile, al cui interno piante di cemento vengono irrorate da una finissima pioggia che, nel tempo, dipinge di colori brillanti le loro foglie, attraverso la reazione chimica innescata dal solfato di rame da cui sono ricoperte.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, Cellula, 2025, installazione site specific (Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia – Photo credit Erika Pellicci)

Vestiti delle Membrane dipinte a mano con cui l’artista suggerisce di accedere all’interno di questo ambiente, al fine di percepire il fluire dell’acqua sul tessuto impermeabile di cui sono composte, si vive un periodo di sospensione nel quale il cambiamento è percepibile a occhio nudo. Per quanto spettacolare e scenografica, l’opera riesce perfettamente a costruire un legame con l’ambiente ricreato e con le sue fragilità, accentuate dal suono timido delle gocce d’acqua sul nostro corpo e sugli elementi che ci circondano.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, contamination mutation evolution, 2025 (Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia – Photo credit Erika Pellicci)

La mostra configura un display sacrale, in grado di trasportare sul piano dell’infraordinario, in cui si sottolinea il valore e la delicatezza delle cose che, nel contemporaneo, tendiamo a trascurare dalle nostre giornate. Così, a catturare la poesia che risiede nel cambiamento e nelle cose a cui non diamo più valore, è l’opera Dicono che pioverà, una grande incisione su feltro verde in cui Mohsen Baghernejad Moghanjooghi riflette sul valore dei due passi, quell’attività spensierata e senza destinazione, esclusivamente legata al rapporto con se stessi.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, Dicono che pioverà, 2025 (Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia – Photo credit Erika Pellicci)

Purtroppo l’importanza di queste due opere, per dimensioni e specialmente per impatto poetico ed estetico, rischia di far ombra su immagini dal gusto intimo realizzate al microscopio, dove vengono ritratte cellule che diventano metafore fotografiche del cambiamento che avviene su piani differenti dell’esistenza, e sulle essenziali incisioni realizzate su tipologie di marmo differente, in cui la parola diventa un modo per evidenziare significati legati alle trasformazioni delle cose in cui siamo immersi.

Mohsen Baghernejad Moghanjooghi, habitat, 2025 (Courtesy l’artista e ME Vannucci, Pistoia – Photo credit Erika Pellicci

Cellula è una mostra che corre il rischio della spettacolarizzazione ma che si discosta dalla vana interattività ultimamente di moda, grazie a un’attenta ricerca scientifica e a una poetica dell’esistenza che non può ignorare la presenza ravvicinata del pubblico per affrontare questioni su cui ricostruire attenzione, vicinanza e sensibilità.

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