Namsal Siedlecki, SUBLIME, Flip Project
Flip Project, lo spazio indipendente fondato a Napoli da Federico Del Vecchio, si conferma come luogo di sperimentazione processuale e di pratiche collaborative fondate sul tempo, sul dialogo e sulla fiducia, anche in occasione di SUBLIME, progetto espositivo realizzato da Namsal Siedlecki. Nato da una relazione costruita nel tempo tra l’artista e il team di Flip, il progetto prende forma come un dispositivo aperto, in cui le opere non sono pensate come esiti conclusi ma come sistemi in trasformazione, attivati e messi in crisi nel corso dell’esposizione. Per saperne di più, ci siamo fatti raccontare il progetto dall’artista stesso.
SUBLIME nasce dal dialogo con Flip Project e da una storia condivisa di spazi indipendenti e pratiche collaborative. In che modo questo contesto di produzione ha influito sulla forma del progetto e sulle scelte operative alla base della mostra?
«Il contesto di produzione è stato determinante. Con Flip Project e Federico Del Vecchio esiste una relazione e un dialogo costruiti nel tempo, fatti di fiducia e confronto continuo, che mi hanno permesso di lavorare senza dover definire tutto in anticipo. SUBLIME non nasce come un progetto “chiuso”, ma come un processo che si sviluppa giorno dopo giorno, rimanendo aperto. Questo è possibile soprattutto in uno spazio indipendente, dove il tempo non è completamente subordinato a logiche di efficienza o di risultato immediato. La forma della mostra è il risultato diretto di questo modo di lavorare: fragile, esposta, in trasformazione costante e in dialogo con il luogo e con chi lo attraversa».
In mostra presenti opere come Paglia, Campana e Deposizione, in cui la materia è sottoposta a processi di trasformazione visibili e spesso temporanei. Come scegli i materiali e i processi da attivare, e che ruolo ha per te il tempo nel definire il senso finale delle opere?
«I materiali non vengono scelti solo per le loro qualità formali, ma per la loro capacità di reagire, trasformarsi, opporre resistenza o perdere stabilità nel tempo. Mi interessa lavorare con materiali che non si lasciano controllare completamente e che rendono visibile il processo di trasformazione, l’azione del tempo e dei processi fisici o chimici.
Il tempo non è mai un elemento esterno all’opera, ma una sua componente fondamentale: è ciò che permette alla materia di cambiare, di consumarsi, di rivelare qualcosa che non era previsto all’inizio. In questo senso l’opera non si risolve in un esito definitivo, ma resta aperta al tempo e alle sue trasformazioni.
In Paglia abbiamo una scultura bronzea che periodicamente viene attivata inserendo al suo interno un blocco di ghiaccio secco. La scultura sublima, passando dal suo stato solido al suo stato aeriforme. L’idea di una scultura che nasce, vive e muore quotidianamente.
Un altro lavoro in mostra che è frutto di una trasformazione e che subisce anch’esso un costante mutamento durante la mostra è Disegni. Nell’acquasantiera presente all’interno di Flip ho versato un liquido che ho realizzato distillando all’interno di un grande alambicco disegni.
Durante la mia mostra al museo Novecento di Firenze chiedevo al pubblico di disegnare dal vero la mie sculture. Fornivo fogli di carta che ho comprato in Thailandia realizzati al cento per cento con sterco di vacca. Mi affascina l’idea che il disegno è realizzato con un semplice carboncino su del materiale che è stato digerita da un altro essere.
Questa operazione l’abbiamo anche realizzata durante il workshop con gli studenti dell’Accademia di Balle Arti di Napoli all’interno del programma di questa mostra organizzato da Flip. I disegni realizzati dagli spettatori sono stati messi assieme a dell’acqua nell’alambicco e distillati ottenendo un liquido che versato nell’acquasantiera di Flip subisce una lenta ed inesorabile evaporazione diffondendo nell’etere i disegni».
Molti lavori fanno riferimento a ritualità, sacralità e pratiche simboliche, senza però assumere una forma esplicitamente religiosa. Come lavori su questi riferimenti e che tipo di esperienza vorresti attivare nello spettatore?
«Non mi interessa utilizzare il sacro come iconografia o come citazione religiosa. Quello che mi interessa è il comportamento rituale: la ripetizione, l’attenzione, il tempo dedicato a un gesto che non produce un risultato immediatamente utile. In SUBLIME la sacralità emerge più come una condizione che come un tema. Vorrei che lo spettatore fosse invitato a rallentare, a osservare un processo in atto, a confrontarsi con qualcosa che non è stabile né definitivo. Non si tratta di credere, ma di fare esperienza».
Nei primi giorni dell’esposizione il progetto si è esteso nello spazio urbano attraverso workshop, talk e incontri con diverse realtà cittadine. Ci racconti di che cosa si è trattato esattamente?
«Fin dall’inizio SUBLIME è stato pensato come un progetto aperto, capace di estendersi oltre lo spazio espositivo. I workshop, i talks e gli incontri, realizzati grazie alla collaborazione con Fondazione Morra Greco, Magazzini Fotografici, RIOT Studio e l’Accademia di Belle Arti di Napoli, sono stati momenti di scambio con realtà cittadine, artisti, studenti e operatori culturali.
Non si è trattato di eventi collaterali, ma di estensioni naturali del progetto, occasioni per condividere processi, riflessioni e pratiche. È importante però sottolineare che un’organizzazione così estesa, solitamente non sostenibile per un artist-run space con risorse molto limitate, non solo economiche ma anche in termini di forza lavoro; è stata possibile anche grazie alla vincita di un bando del Comune di Napoli per l’arte contemporanea, che Flip Project ha portato avanti con grande dedizione e sacrificio».
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