Pace Gallery, una causa da 1 milione di dollari per un’opera di Louise Nevelson

di - 6 Maggio 2025

A quasi 40 anni dalla morte di Louise Nevelson, il nome della grande scultrice torna al centro del dibattito. Ma non per una retrospettiva museale – sebbene quelle non manchino, dal Whitney di New York al Centre Pompidou-Metz, fino alla prossima in apertura il 30 maggio a Palazzo Fava di Bologna –, bensì per un contenzioso che coinvolge la sua eredità artistica, il mercato secondario e la galleria che, più di tutte, ha contribuito alla sua consacrazione: Pace Gallery.

Nel maggio 2022, una scultura attribuita a Nevelson, realizzata nel 1961 con i suoi iconici elementi in legno dipinto di nero, sarebbe dovuta andare all’asta da Sotheby’s con una stima tra i 500mila e i 700mila dollari. Ma a pochi giorni dalla vendita, Arne Glimcher, fondatore di Pace e storico gallerista dell’artista di origini ucraine, comunicò alla casa d’aste che l’opera non sarebbe stata inclusa nel catalogo ragionato in preparazione, perché assemblata non dall’artista ma dal figlio, Mike Nevelson. Quella presa di posizione bloccò la vendita e dopo pochi mesi prese il via una causa legale, conosciuta come “contenzioso Beloff”.

Il querelante è infatti l’estate del collezionista Hardie Beloff, che acquistò l’opera direttamente da Mike Nevelson nel 1996 e la conservò per oltre 20 anni nella propria collezione privata in Pennsylvania. In una denuncia depositata presso la Corte distrettuale della Pennsylvania orientale, l’estate Beloff accusa Pace di «Interferenza impropria» con il contratto di vendita stretto con Sotheby’s e sostiene che Glimcher abbia agito non per una rivalutazione autentica dell’opera ma per mantenere il controllo sul mercato di Nevelson.

Il caso è complesso. In primis perché Glimcher, che oggi mette in dubbio l’autenticità del lavoro, lo aveva già valutato nel 1993, durante una perizia per l’eredità dell’artista commissionata dall’IRS – Internal Revenue Service – l’agenzia federale statunitense responsabile della riscossione delle tasse e dell’applicazione delle leggi fiscali – come opera di qualità mediocre ma, comunque, di Nevelson, assegnandole un valore di 85mila dollari. Secondo la denuncia, Glimcher definì altri quattro lavori come «Incompleti» ma almeno uno di questi fu successivamente acquisito da Pace e presentato nel 2019 come opera compiuta.

Il nodo del contendere ruota attorno alla figura ambivalente del gallerista come gatekeeper: arbitro dell’autenticità ma anche soggetto con forti interessi economici. La famiglia Beloff sostiene che Glimcher abbia cambiato opinione senza nuove prove, proprio mentre la galleria stava preparando la grande mostra Shadow Dance e cercava di consolidare il valore di mercato delle opere più tarde dell’artista.

Pace, dal canto suo, respinge l’accusa di malafede. Il legale Luke Nikas afferma che la galleria ha da anni in lavorazione un catalogo ragionato, con un rigoroso processo di verifica. Tuttavia, secondo i querelanti, non vi sarebbe alcuna prova che un simile progetto sia realmente in corso e, fatto più grave, il solo accenno all’esclusione dal catalogo sarebbe bastato a Sotheby’s per annullare la vendita, rendendo il lavoro invendibile per qualsiasi altro collezionista o istituzione.

Nel frattempo, l’opera giace in un magazzino di Philadelphia. La corte ha già respinto buona parte delle accuse mosse contro Pace. Ma ne ha accolto una: quella legata all’interferenza contrattuale, e sarà su questa che si giocherà ora il processo, con la richiesta di oltre un milione di dollari di danni da parte dell’estate Beloff.

Il caso porta in superficie le frizioni strutturali del mercato dell’arte contemporanea: la difficoltà di stabilire criteri stabili di autenticità postuma, i conflitti d’interesse tra eredi, assistenti, archivi e case d’asta, e il ruolo, tanto cruciale quanto opaco, che le grandi gallerie svolgono nella costruzione della storia dell’arte. Peraltro, non è la prima volta che l’eredità di Nevelson finisce in tribunale. Già negli anni Novanta, dopo la morte dell’artista nel 1988, il figlio Mike e l’assistente Diana MacKown si fronteggiarono per il possesso di numerose opere.

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