Padiglione Sudafrica fuori dalla Biennale 2026: il caso si complica

di - 14 Gennaio 2026

A pochi giorni dall’annuncio del ritiro del Padiglione Sudafrica dalla Biennale d’Arte di Venezia 2026, la vicenda continua ad arricchirsi di nuovi elementi e ad ampliare la sua portata geopolitica, ben oltre il perimetro culturale. Secondo quanto riportato dalla testata israeliana Ynetnews, il governo sudafricano avrebbe attribuito la decisione di cancellare il padiglione al tentativo di un Paese straniero di utilizzare la partecipazione sudafricana come strumento di proxy power culturale, ovvero una forma di influenza indiretta che impiega la cultura e le piattaforme artistiche come veicolo per diffondere posizioni politiche e geopolitiche senza esporsi direttamente. Fonti citate dalla stampa israeliana hanno identificato quel Paese nel Qatar, notizia che però non compare esplicitamente nella dichiarazione ufficiale del ministro sudafricano della cultura, Gayton McKenzie, e che non è stata confermata dai ministeri della cultura dei Paesi chiamati in causa.

Il progetto cancellato era affidato all’artista Gabrielle Goliath, che avrebbe presentato una nuova declinazione del ciclo Elegy – opera peraltro già esposta alla Biennale 2024 -, mettendo in relazione tre contesti di violenza sistemica: i femminicidi e i crimini contro persone queer in Sudafrica, il genocidio coloniale tedesco in Namibia all’inizio del Novecento e la guerra condotta da Israele a Gaza. Una sezione dell’opera prevedeva la lettura di testi della poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa insieme al figlio durante un bombardamento israeliano nel 2023.

Gabrielle Goliath, Elegy – Eunice Ntombifuthi Dube, 2018, Centre for the Less Good Idea, Johannesburg, Ph. Stella Tate

McKenzie avrebbe definito il progetto «Altamente divisivo», manifestando particolare preoccupazione per la parte dedicata a Gaza. L’artista ha respinto ogni accusa di strumentalizzazione politica, parlando apertamente di censura. Il ministro, dal canto suo, ha negato qualsiasi intento censorio, sostenendo come la decisione sia maturata a seguito di una frattura con Art Periodic South Africa, l’organizzazione non profit costituita nel 2025 proprio per sostenere l’organizzazione del Padiglione sudafricano alla Biennale.

Nel suo comunicato, McKenzie ha affermato che durante la fase di finanziamento gli sarebbe stato riferito che una «Nazione straniera» si sarebbe impegnata ad acquistare le opere esposte al termine della Biennale, configurando a suo avviso un tentativo di utilizzare il padiglione nazionale come veicolo indiretto per promuovere una posizione geopolitica sul conflitto israelo-palestinese: «Questo Paese straniero ha le sue risorse, quindi perché non affittare un suo spazio e finanziare il proprio messaggio per trasmettere i propri sentimenti su Israele e Gaza?», scrive il ministro.

La decisione ha provocato forti reazioni interne. La Democratic Alliance, seconda forza parlamentare del Paese, ha parlato di «Interferenza politica pura e semplice» e ha presentato una denuncia formale contro McKenzie, riscontrando un precedente pericoloso che subordina l’espressione culturale all’approvazione governativa. Il caso si inserisce in un quadro politico complesso: McKenzie è leader della destra populista Patriotic Alliance ed è l’unico rappresentante del suo partito a ricoprire un incarico ministeriale nel Government of National Unity, ancora dominato dall’ANC – African National Congress, il principale partito politico sudafricano, dopo le elezioni del 2024.

Nel frattempo, mentre il Sudafrica, a quanto pare, rimarrà fuori dalla Biennale 2026, Israele ha confermato la propria partecipazione. Come già annunciato, il Padiglione israeliano sarà allestito all’Arsenale – e non ai Giardini, dove l’edificio è in ristrutturazione – con un progetto dell’artista Belu-Simion Fainaru. Una presenza che, alla luce delle polemiche in corso, appare destinata a complicare ulteriormente la lettura geopolitica dell’imminente manifestazione lagunare.

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