Our Cow Angus (2024 - 2026)
Nell’agosto 2024, il collettivo americano MSCHF ha lanciato uno dei suoi progetti a oggi più controversi: un’operazione intitolata Our Cow Angus che ha dato vita a un intenso dibattito sull’industria alimentare ma anche sui limiti a cui l’arte può spingersi per asserire un concetto. Alla base del progetto vi è l’acquisto, da parte di MSCHF, di un vitello, Angus, immediatamente immesso nel circuito del consumo: 1.200 hamburger e quattro borse in pelle, venduti in anticipo come Angus Tokens. Il destino dell’animale, però, non è segnato da questo pre-acquisto: se entro il 13 marzo 2026 oltre il 50% degli acquirenti rinuncerà ai propri token attraverso un apposito remorse portal —un portale del rimorso— Angus verrà salvato e trasferito in un santuario; in caso contrario, sarà macellato e trasformato nei prodotti promessi. A poco più di due mesi dalla scadenza, la percentuale di “ripensamenti” si ferma al 31,8%.
MSCHF insiste sulla coerenza dell’operazione: se la soglia non verrà raggiunta, l’animale verrà effettivamente ucciso. «Facciamo esattamente ciò che diciamo di fare», ha dichiarato il cofondatore Kevin Wiesner. Una posizione che rifiuta ogni ambiguità morale e sposta il peso della decisione sui consumatori, chiamati a confrontarsi con quello che il collettivo definisce “actionable individual regret”: il pentimento come gesto concreto ed economicamente misurabile.
Come spesso accade nei lavori del collettivo, il vero punto focale dell’opera non coincide tanto con l’oggetto in se —o, in questo caso, l’animale— ma piuttosto con il dispositivo economico che lo rende possibile.
La distanza tra produzione e consumo — normalmente invisibile — viene qui brutalmente compressa: il vitello diventa un’entità finanziaria, una quota, un asset negoziabile sul mercato secondario, mentre la responsabilità viene lasciata interamente al consumatore. Così, il progetto espone, in scala ridotta ma iper-visibile, ciò che avviene quotidianamente nell’industria alimentare: secondo i dati del Dipartimento dell’Agricoltura USA, la produzione di carne bovina negli Stati Uniti nel 2024 è aumentata in volume (+1,2%), raggiungendo 1 milione di tonnellate.
Il progetto si inserisce pienamente nella pratica di MSCHF che, fin dalla sua fondazione, ha costruito opere che funzionano come esperimenti di stress test del capitalismo contemporaneo, portando all’estremo meccanismi già esistenti ma spesso non così visibili. Tra i progetti più significativi in questo senso, il bancomat installato ad Art Basel Miami Beach 2022 che, invece di erogare denaro, classificava i visitatori in base al saldo del loro conto corrente, rendendo pubblico — e immediatamente performativo — il valore economico dell’individuo.
L’anno successivo, la creazione di una microscopica borsa Louis Vuitton, invisibile a occhio nudo, traduceva il feticismo del lusso in un paradosso materiale: un oggetto il cui valore simbolico sopravvive anche quando l’uso e la visibilità sono annullati. Vi sono poi le cosiddette Satan Shoes, scarpe Nike modificate con iconografia satanica e una goccia di sangue umano incapsulata nella suola.
Le reazioni, ovviamente, non si sono fatte attendere: il progetto è stato accusato di cinismo, crudeltà, persino di essere una truffa mascherata da critica. Altri hanno invece sottolineato l’ipocrisia dell’indignazione selettiva: Angus è solo una mucca, resa improvvisamente degna di empatia perché trasformata in opera.
È proprio qui che il lavoro si inserisce in una lunga e problematica tradizione dell’animale nell’arte contemporanea, dove la vita non umana diventa materia simbolica, politica e talvolta sacrificabile: l’animale entra infatti nello spazio dell’arte come corpo reale ma anche come dispositivo critico attraverso cui interrogare potere, controllo, sfruttamento e responsabilità.
Dai maiali tatuati di Wim Delvoye, marchiati con loghi e motivi decorativi e trasformati in superfici mobili di valore, emblemi estremi di una biopolitica che inscrive il capitale direttamente sul vivente, ai cavalli di Jannis Kounellis, che negli anni Sessanta irrompevano nello spazio espositivo come presenze arcaiche, portando con sé l’odore, il rumore e la fatica di un mondo preindustriale espulso dalla modernità.
Nei lavori di Nina Beier, poi, i cani sono apparsi in situazioni di esposizione, immobilità o abbandono, inseriti in contesti che rendono evidente la loro strumentalizzazione emotiva, mettendo in crisi l’idea stessa di cura e addomesticamento. Allo stesso modo, il celebre cane con la zampa rosa di Pierre Huyghe a Documenta 13 di Kassel, che si muove liberamente tra architetture, paesaggi e sistemi artificiali, incarna una figura instabile, né pienamente naturale né del tutto simbolica: un essere vivente che abita ecosistemi ibridi, governati da regole umane ma non completamente controllabili.
In tutti questi casi, l’animale nell’arte contemporanea diventa specchio delle contraddizioni di una società che continua a interrogarsi sui limiti dello sfruttamento, mentre ne riproduce quotidianamente le condizioni. Ma Our Cow Angus radicalizza questa tradizione, spostando la questione dal piano puramente rappresentativo a quello decisionale: non ci chiede più soltanto di guardare ma di assumere — o delegare — la responsabilità di una scelta irreversibile, dentro le stesse logiche economiche che regolano il nostro rapporto con il vivente.
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